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Pianeta Terra

Lo stato dell’acqua in Italia

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Di Emiliano Bassetti
per mepiu.it

L’acqua ha un valore che si può definire incommensurabile, il bene più prezioso di cui disponiamo sul Pianeta Terra. Probabilmente è la «causa» della Vita, è il Principio di tutto, è l’elemento biologico più importante di qualsiasi essere vivente, animale o vegetale che sia.

L’Essere Umano scruta lo spazio per cercare altre forme di vita su altri pianeti, e il requisito fondamentale è sempre l’acqua. Gli animali sono alla ricerca continua di acqua, sono capaci di affrontare migliaia di chilometri alla ricerca di acqua.

Ad esempio in Africa sul Delta del fiume Okawango in Botswana, durante i periodi di siccità, si riversano migliaia animali da tutte le zone più remote della parte Sud dell’Africa alla ricerca di acqua, percorrendo anche 1000 chilometri. Fin dall’alba della civiltà umana, le grandi comunità sono nate vicino a corsi d’acqua, Assiri e Babilonesi vicino al Tigri e l’Eufrate, gli Egizi vicino al Nilo, i Romani vicino al Tevere, tutte civiltà che hanno prosperato per secoli proprio grazie ad un sicuro approviggionamento di acqua.

L’assenza di questo bene così prezioso è sinonimo di morte, senza cibo si può vivere oltre 7 giorni, senza acqua non si superano i 3 giorni. Le popolazioni Indigene conoscono molto bene il valore di questo bene, lo custodiscono come una reliquia sacra, lo venerano come un Dio, lo proteggono anche a costo della propria vita.

Negli ultimi anni sono stati d’esempio i Nativi Americani che hanno combattuto contro le Multinazionali del Petrolio proprio per tutelare il Sacro fiume del Sud Dakota il fiume Missouri, tanto da meritarsi l’appellativo di Protettori dell’Acqua, che fornisce acqua a più di 80000 persone ed è fondamentale per l’agricoltura locale.

Allo stesso modo le tribù dell’Amazzonia sono in lotta contro gli sciacalli della deforestazione, gli agricoltori intensivi che mettono in serio pericolo il Rio che corre dentro la foresta. Eppure la nostra società sembra aver dimenticato l’importanza di questo bene, dando per scontata la sua presenza e cullandosi sulla facilità con cui si può reperire acqua potabile, semplicemente aprendo il rubinetto di casa o acquistando una bottiglietta Pet in uno dei migliaia punti vendita delle grandi città, come Bar, supermercati etc…

Ma purtroppo l’acqua non è un bene infinito, nonostante la Terra sia formata dal 71% di acqua, solo lo 0,65% di questa è dolce e quindi potabile o adatta alle esigenze della vita, e si trova in laghi, fiumi e falde acquifere. Il mutamento del clima globale, unitamente allo sfruttamento antropico dei grandi bacini di acqua dolce, stiamo assistendo ad un veloce ed inesorabile prosciugamento di tutte le risorse idriche a disposizione. I più grandi laghi del Mondo sono al loro minimo storico ed alcuni sono già completamente asciutti, i Fiumi vivono periodi di secca come non si erano mai registrati, e le falde acquifere vengono compromesse dall’inquinamento, i ghiacciai, grandi bacini di acqua allo stato solido, si ritirano ad una velocità allarmante. Eppure non sembra ci sia una presa di coscienza di questo pericolo, anzi le grandi Multinazionali hanno fiutato il grande business e stanno acquistando sorgenti d’acqua in tutto il Mondo.

Una delle cause delle rivolte in Cile è proprio per l’acqua, privatizzata da anni, ora risulta pesantemente inquinata dalle trivelle petrolifere o dalle miniere, per cui il popolo Cileno si trova a pagare molto caro un bene di cui non ci si può servire, è così compromessa che non si può bere ne usare per cucinare ne per lavare, e questo ha portato alle rivolte popolari che vediamo in TV o molto più spesso sui social.

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Sembrano problemi distanti da noi, ma vicino a dove sto scrivendo adesso c’è una fonte d’acqua storica per noi Romani, la sorgente Claudia, che si trova vicino al lago di Bracciano, beh la notizia è passata in sordina ma la fonte è stata acquistata dal gruppo Nestlè.

Ricordo ancora quando da bambino andavo con mio padre a prendere l’acqua dalla fonte, si pagava l’ingresso e si poteva fare scorta. La cosa che mi sorprendeva sempre era quella di bere acqua frizzante direttamente dalla fonte, ne rimanevo affascinato e rapito da questa misteriosa magia. Oggi quell’acqua viene imbottigliata e venduta a caro prezzo, prezzo che sarà inevitabilmente destinato a salire man mano che il bene diverrà più difficile da reperire.

Lo sanno bene Daniele Giustozzi e Claudia Carotenuto, due ragazzi figli della Capitale, esattamente come i tanti ragazzi che popolano la città Eterna, ma che a differenza di tanti hanno capito quanto l’acqua sia indispensabile al proseguo della Vita. Daniele è laureato in Economia Ambientale, Claudia è una giornalista, insieme hanno percorso tutta l’Italia, da Nord a Sud isole comprese per girare un documentario sullo stato dell’acqua in Italia.

Per 30 giorni hanno viaggiato con un automobile (ibrida), una telecamera e una tenda per visitare e raccontare le condizioni in cui versano fiumi, laghi, falde acquifere e il nostro adorato Mare. Sono partiti da Torino, visitando i ghiacciai Alpini, per poi scendere sulla costa Adriatica, passando per Venezia, poi giù fino alla Puglia, poi Sicilia, Sardegna tornando sullo Stivale dal Lazio, salendo a Nord passando per la Toscana, Liguria per poi tornare a Torino. Il risultato è un film di grande valore, che restituisce alla coscienza una realtà preoccupante. Un Documentario con il quale ci parlano dei Ghiacciai che spariranno completamente entro il 2100, dell’innalzamento del Mare, dell’inquinamento di fiumi e laghi a causa delle industrie, della plastica in Mare e delle conseguenze sulla vita marina, ma soprattutto dell’incapacità dell’Uomo di porre rimedio a tutto questo.

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Il film si chiama Controcorrente, ed i primi ad andare controcorrente sono proprio gli autori, che squarciano quel torpore generale che sembra attanagliare tanto i Politici quanto il popolo. Tutti dovrebbero vederlo per capire quanto stiamo incidendo sulle condizioni del nostro paese, condizioni fondamentali affinchè la Vita possa nascere e prosperare, ed invece condizioni che si preserntano così in pericolo o gia compromesse. Un plauso autentico a questi ragazzi così giovani ma così determinati e coscienti da poter essere di insegnamento a tanti.

La politica dal canto suo non sembra ancora aver preso coscienza di queste problematiche, e forse il Documentario andrebbe trasmesso nelle aule Parlamentari così come lo si sta facendo nelle scuole, affinchè possano imparare finalmente qualcosa. Nel corso di quest’anno ho assistito ad una conferenza in Senato in cui si parlava proprio del futuro dell’acqua, quello che è emerso mi ha seriamente preoccupato. L’approccio al problema era tutto focalizzato sulle conseguenze dell’inquinamento e del surriscaldamento globale, ma mai sulle cause. Non c’è alcuna intenzione di intervenire sulla fonte dei problemi, il sistema non deve mai essere messo in discussione.

La sensazione che ho avuto è che anzi, è una buona occasione per rilanciare parte dell’economia con progetti in piccola e larga scala e con relativi finanziamenti bancari, un approccio del tipo «Green Economy», e così tutti sono contenti. Il popolo avrà acqua potabile, pagando caro, le Multinazionali si abbufferanno e le banche daranno i loro servizi.

Ma cosa succederà quando comincerà a scarseggiare l’acqua? Perchè industrializzare l’acqua significa sfruttamento folle della risorsa, così come accade per tutte le risorse messe a disposizione dalla Natura, delle quali l’Uomo si serve a proprio uso attraverso il sistema della società dei consumi, vero flagello dell’Era moderna.

In questo quadro il film Controcorrente deve essere approcciato con la stesso metodo indicato dal titolo, perchè l’unico modo di tutelare l’acqua è agire sulle cause che rischiano di comprometterla, gettando l’intera umanità nel rischio di una estinzione di massa.

Quindi MePiù sostiene questo progetto per aprire gli occhi su cosa sta succedendo intorno a noi. Il grande Capo Toro Seduto un giorno disse: «quando avrete abbattuto l’ultimo albero, pescato l’ultimo pesce, ucciso l’ultimo animale e inquinato l’ultimo fiume vi accorgerete che non si può mangiare il denaro».

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Le analisi dei nostri Blogger

Africa e Europa: Le Condizioni Economiche Della Pace

Di Simone Lombarini per mepiu.it

Mohamed Konarè, nella sua ultima intervista su MePiù che ho avuto il privilegio di ascoltare in anteprima, ha descritto le sorti della sua gente con una immagine particolarmente vivida. “L’Africa e i popoli che la abitano, vivono oggi nel più grande Lager a cielo aperto che la storia abbia mai conosciuto”. Tutte le principali potenze economiche della Terra, Francia, Inghilterra, USA, Cina, India guardano all’Africa come un semplice deposito di materie prime da depredare. Nessuna di queste potenze è interessata alle sorti del miliardo di persone che vive in quelle terre.

Mawuna Remarque Koutonin, uno dei più noti blogger africani, denuncia che “Quattordici paesi africani sono obbligati dalla Francia, attraverso il patto coloniale, a collocare le loro riserve presso la Banca di Francia, sotto il controllo del Ministero delle Finanze francese, Il Togo e altri 13 paesi africani devono ancora pagare il debito coloniale alla Francia. I dirigenti africani che rifiutano sono uccisi o cadono vittime di un colpo di stato. Quelli che obbediscono sono sostenuti e ricompensati dalla Francia, con uno stile di vita sontuoso, mentre le loro popolazioni restano nella miseria e nella disperazione1. Il debito coloniale sarebbe il debito che la Francia ha addossato alle sue ex-colonie per farsi “restituire” i “vantaggi” della colonizzazione. In quasi 14 paesi non esiste ancora neppure una valuta locale, ma si usa in tutti il Franco CFA (in origine acronimo di «Colonie Francesi d’Africa», riciclato in «Comunità Finanziaria Africana»). Per mantenere la parità con l’euro, spiega Konarè, i 14 paesi africani devono versare al Tesoro francese il 65% delle loro riserve valutarie. Ogni anno questo indegno business porta alle finanze francesi circa 500 miliardi di dollari, tutti provenienti dall’Africa. Una cifra esorbitante, al punto che nel marzo 2008 l’ex presidente francese Jacques Chirac dichiarò: “Senza l’Africa la Francia scenderebbe un paese del terzo mondo2.

Ogni accordo commerciale stretto con altri paesi e ogni legge di bilancio di questi 14 paesi deve essere dapprima approvata dall’Eliseo, secondo gli accordi di cooperazione siglati nel 1961. Infine, gli accordi militari tra la Francia e le ex-colonie sono tuttora segreti.

Ma non c’è certo solo la Francia. Più di cento compagnie inglesi, francesi, americane ed europee quotate alla City di Londra sfruttano le risorse minerarie di 37 paesi dell’Africa subsahariana per un valore di oltre 1000 miliardi di dollari3. L’Africa, presentata come dipendente dagli aiuti esteri, fornisce in realtà un pagamento netto annuo di circa 40 miliardi di dollari4. Inoltre, tutto quello che l’Occidente concede all’africa con le note “donazioni” e attività filantropiche dei ricchi è appena un quarto degli interessi che ogni anno l’Africa deve pagare al Fondo Monetario Internazionale, cioè alle banche degli stessi paesi ricchi5.

Infine, il 70% degli aiuti della cosiddetta “cooperazione internazionale”, secondo studi compiuti anche dalla Banca Mondiale, non arrivano nemmeno a destinazione. Restano in Occidente, infatti, nei conti bancari dei funzionari che prendono stipendi vertiginosi. Il restante 30% si perde al 90% nella corruzione africana6. La cooperazione internazionale si rivela pertanto per quello che è: una grande scenografia hollywoodiana, dove i paesi ricchi finanziano sé stessi con un giro di partite contabili, ma funzionale nell’immaginario collettivo a cancellare i sensi di colpa delle nostre coscienze, in modo che possa continuare indisturbata la sua razzia planetaria.

Le conseguenze sociali di tutto ciò sono devastanti. Nell’Africa subsahariana, la cui popolazione supera il miliardo ed è composta per il 60% da bambini e giovani di età compresa tra 0 e 24 anni. Circa i due terzi degli abitanti vivono in povertà e, tra questi, circa il 40% – cioè 400 milioni – in condizioni di povertà estrema7. La «crisi dei migranti» è in realtà la crisi della diseguaglianza, figlia del sistema di brigantaggio internazionale più raffinato mai congeniato.

Chi prova ad opporsi a questo sistema, viene immediatamente spazzato via. Un esempio su tutti, tra i più recenti, è senz’altro l’attacco alla Libia di Gheddafi lanciato da USA, Francia e Gran Bretagna. Perché il colonnello dava fastidio? Perché Gheddafi aveva appaltato l’organizzazione del satellite telefonico intercontinentale africano a russi e cinesi; aveva revocato a Francia e Inghilterra l’appalto per la dissalazione delle acque subsahariane; ma soprattutto aveva cominciato a organizzare una banca internazionale africana agganciata all’oro, per svincolare i paesi africani dalla morsa del debito inflitto dal FMI. Secondo Konarè, Gheddafi aveva già messo a disposizione il doppio dei fondi che in quel momento il FMI concedeva. Conclusione: una guerra sanguinosa, centinaia di migliaia di sfollati, campi di prigionia a cielo aperto di fronte al Mediterraneo. E accade sempre così: nel momento in cui un (ex-)paese coloniale prova a costruire un proprio sviluppo autonomo, viene immediatamente rimpiazzato da “rivoluzioni” ad orologeria. E si potrebbero fare molti altri esempi, come il Burkina Faso di Thomas Sankara e il suo internazionalismo socialista pan-africano finito nel sangue della repressione francese. Nei 14 paesi africani ex-colonie della Francia, dagli accordi di cooperazione del 1961 ad oggi, ci sono stati 41 colpi di stato e decine di presidenti morti ammazzati per aver sfidato questo regime di sfruttamento violento8. 41 colpi di stato in 14 paesi significano, in media, oltre 3 colpi di stato a testa, in appena 50 anni. E poi c’è ancora chi sostiene che gli africani sarebbero indolenti, che non avrebbero mai provato a cambiare la loro sorte.

Ma di tutto questo televisioni e giornali non parlano, vige la censura del silenzio. Non vedendo quello che succede laggiù semplicemente non possiamo prendere posizione; il grande potere mediatico oggi è anche questo: decidere l’ordine del giorno, su quale area puntare i riflettori e su quali invece lasciar cadere l’oscurità. Ma c’è di più: il mainstream mediatico si ostina a presentare il problema africano e quello conseguente della migrazione in termini del tutto fasulli, proponendo due alternative entrambe sbagliate (accoglienza – respingimenti), così da spostare l’attenzione del grande pubblico su un binario morto. Esattamente come accade nel caso di Fridays for Future che di fronte alla tragedia ambientale propone un’inesistente opposizione tra giovani a vecchi.

Il vero problema della migrazione è il depredamento delle sue ricchezze ad opera del resto del mondo e se non partiamo da qui, sarà impossibile determinare soluzioni efficaci e capire a fondo il fenomeno. Purtroppo questa campana non la sentiremo mai risuonare, né dai populisti di destra né dai globalisti di sinistra. Ai populisti di destra interessa solo continuare a mantenere il loro stile di vita senza vedersi costretti a spartirlo con altre persone, anche se questo stile di vita è figlio della spogliazione coatta di altri popoli. I globalisti di sinistra invece invocano l’abbattimento dei muri e delle limitazioni all’immigrazione nell’idea di creare al più presto un mercato unico mondiale del lavoro, laddove ciascuno, romanticamente, potrà costruirsi il proprio “sogno americano” (la peggiore delle menzogne sociali). Tuttavia, sia i populisti di destra che i globalisti di sinistra non fanno mai appello all’organizzazione politica delle masse per bloccare le guerre, riappropriarsi del territorio e ristabilire il diritto di vivere in pace nel proprio paese natio. E la ragione è che entrambi non hanno alcuna intenzione di mette in discussione l’attuale modello di sviluppo, il capitalismo. Non diranno mai, invero, che la risoluzione del problema migratorio è il ridimensionamento dello stile di vita delle classi agiate dei paesi ricchi. Sfortunatamente la soluzione è impopolare e non paga in termini di voti, ma nonostante ciò resta l’unica strada.

Ma allora se l’Occidente e ormai anche parte dell’Oriente si stanno arricchendo sulle spalle degli africani, a Cui prodest l’immigrazione spinta? La gran parte dei governi africani, infatti, è un fantoccio che riflette i poteri suddetti; se i migranti continuano a partire allora ci dovremmo aspettare che il fenomeno sia voluto. Già diversi studiosi hanno evidenziato il ruolo rivestito in questo scenario dal microcredito, della nuova finanziarizzazione della povertà e dalle ONG9.

Un primo effetto nel deportare grandi masse di persone disperate, che non possiedono nulla e che nemmeno hanno ricevuto una formazione scolastica, è abbassare ulteriormente il costo del lavoro su tutta la media dei settori lavorativi, sia per immigrati che per autoctoni. Ciò è confermato da un documento internazionale del FMI, intitolato “Global Prospects and Policy Challenges”, successivo al G20 del 2016. In questo documento il FMI dichiara esplicitamente che l’unico modo perché l’Europa torni a crescere è “integrare i migranti nel mondo del lavoro”. Le politiche che il Fondo suggerisce sono a dir poco inaudite però: chiede di “ridurre al minimo le restrizioni per lavorare anche durante la fase delle domande d’asilo”, sino a prevedere addirittura “eccezioni temporanee ai salari minimi o di ingresso, laddove questi ostacolino l’occupazione10. Ossia si prospetta di far lavorare i migranti anche a stipendi che violino le norme del salario minimo come già avviene in Germania dove i migranti possono lavorare legalmente nei centri che li ospitano a 1.05€ l’ora mentre la paga minima sarebbe 8.84€11. In questo modo i migranti lavorano in condizioni di schiavitù e al contempo si abbassano i salari di tutti. Così sempre più giovani, autoctoni e migranti, sono intrappolati tra le morse del caporalato, del sistema dei voucher, nella “gig economy”, nelle “collaborazioni a progetto”, ecc. Non va mai dimenticato però, che l’abbassamento dei salari dovuto alle migrazioni di massa, non è mai colpa dei migranti. Se i migranti sono pagati molto meno rispetto agli autoctoni, la colpa è solo del datore di lavoro che approfitta della condizione di disperazione del migrante per abbassare le paghe. Il problema, più in generale, è che il lavoro nel capitalismo, è un mercato: se l’offerta di lavoro aumenta, a parità di posti disponibili, il prezzo (ovvero il salario) si ridurrà.

Il lento ma continuo afflusso di migranti dai più disparati luoghi del mondo (tutti affamati) permette inoltre di sostituire la manodopera autoctona, ancora legata per tradizione storica a un certo sindacalismo, all’organizzazione politica e a una vita dignitosa, con un’altra, culturalmente molto confusa sul piano dello sviluppo di una teoria politica della distribuzione, dei diritti e dello Stato. La tendenza generale delle classi dirigenti, è sostituire un popolo culturalmente ancora impregnato nel “diritto” con un altro popolo, marchiato da secoli di sfruttamento, immaturo nelle praterie dei diritti civili e sociali, perciò più facile da sottomettere. Di nuovo non per colpa loro, ma per colpa dei colonialisti. La sostituzione della popolazione autoctona, quindi, non ha solo fini economici, ma mira direttamente verso un vero e proprio regresso culturale. Dobbiamo chiederci come si strutturerà il discorso pubblico quando la politica parlerà a persone che non hanno mai letto o sentito parlare di Rivoluzione Francese, Democrazia ateniese, Comunismo, capitalismo, imperialismo. I primi effetti li vediamo già oggi, osservando le menti narcotizzate della gioventù. Una volta che le élite saranno riuscite a sostituire buona parte della popolazione autoctona con quella migrante (nei prossimi 25-30 anni), e la morte per anzianità avrà fatto il suo lavoro nell’eliminare le vecchie generazioni politicizzate, l’Europa potrà realizzare i sogni dei suoi padri fondatori come Francoix Perroux, Jean Monnet e Paul Shumann, diventando una potenza competitiva a livello mondiale nelle esportazioni, con salari compressi ai minimi livelli, tutele sindacali pressoché assenti e una cultura politica di base praticamente inesistente.

Infine, vi è una terza ragione del perché oggi la classe dominante sostenga i processi di deportazione. Peter Sutherland, commissario europeo per la Concorrenza e primo direttore generale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, direttore non esecutivo di Goldman Sachs International, membro del comitato direttivo del Bilderberg, presidente per la Commissione Cattolica Internazionale per le Migrazioni e Rappresentante Speciale delle Nazioni Unite per le migrazioni internazionali alla BBC il 21 giugno 2012 ha spiegato la strategia della classe dirigente occidentale: “l’Unione Europea deve minare l’omogeneità nazionale dei paesi europei… gli stati europei devono diventare sempre più aperti in termini di chi li abita, bisogna passare da un mondo in cui gli stati sceglievano gli immigrati ad un mondo in cui gli immigrati scelgono gli stati…la prosperità dei paesi europei dipende dal diventare multiculturali…12.

L’esigenza di multiculturalità è intrinsecamente legata all’ultima fase della globalizzazione. Le classi lavoratrici, infatti, si sono sempre caratterizzate storicamente e culturalmente per la loro immobilità intesa come radicamento al suolo nazionale. Il lavoratore non delocalizza, infatti, ma aspira al “posto fisso”, a una vita tranquilla, a una famiglia. Tuttavia, dopo la liberalizzazione del movimento dei capitali, la borghesia post-moderna è diventata una classe sempre più cosmopolita. E ciò non poteva non coinvolgere anche i lavoratori che sono soggettivamente e oggettivamente ingranaggio della stessa macchina di sfruttamento coatto. In tale realtà, la “sedentarietà” della classe lavoratrice mondiale è diventata un freno oggettivo per la riproduzione capitalistica; un ostacolo che deve quindi essere eliminato. Ne segue, culturalmente, la decostruzione nell’immaginario collettivo dell’idea di patria, di famiglia, di popolo di religione e di cultura nazionale. In questo contesto appare allora evidente quanto sia necessaria per l’élite una cultura “multiculturale”, per rendere il lavoratore un individuo apolide, apartitico e apolitico, senza una comunità di riferimento e pronto a trasferirsi ovunque nel mondo secondo le indicazioni che riceverà dalla propria azienda. Quello che viene spacciato per multiculturalismo è in realtà una forma di mono-culturalismo, figlio del genocidio di massa di tutte le culture alternative, soffocate dalla triade monolitica anti-culturale McDonald’s, Coca-cola e iPhone. Lo scopo delle migrazioni è quindi abituare i popoli allo stato di migrazione permanente. E per dimostrarlo basta ricordare, su tutte, l’efficace dichiarazione della Boldrini: “I migranti sono l’elemento umano, l’avanguardia di questa globalizzazione, e ci offrono uno stile di vita che presto sarà uno stile di vita molto diffuso per tutti noi13.

L’effetto finale delle campagne immigrazioniste è minare l’identità culturale dei popoli tutti, perché, come da sempre è accaduto nella storia, divide et impera. Attraverso la frantumazione della omogeneità culturale delle popolazioni, senza il tempo, le condizioni e gli strumenti necessari per elaborare un sano dialogo interculturale, i potenti della Terra lasceranno deliberatamente entrare in conflitto tutte le culture che loro stessi hanno gettato le une contro le altre all’interno dei medesimi confini. Sarà la società della ghettizzazione generale dove regnerà la faida permanente tra il quartiere sudamericano, il quartiere islamico, il quartiere italiano e il quartiere delle villette a schiera protetto dalla polizia privata. E invischiati tutti tra i problemi della convivenza quotidiana, sarà difficilissimo (anche se comunque non impossibile) ricostruire l’unità tra le forze del popolo per scagliarla contro le élite perché il popolo stesso non ci sarà più come un unicum ma sarà stato scisso in un confuso melting pot permanente.

La soluzione a questo dramma esistenziale è il rinnovamento completo delle nostre relazioni umane, non ultimo, dei nostri rapporti economici. È un processo complesso, ovviamente, ma alcuni aspetti della soluzione già si possono dedurre dagli errori di oggi. Le condizioni economiche per la pace sono almeno due: condividere le risorse naturali e condividere le conoscenze tecnico-scientifiche, tra tutti i popoli. Una volta che un popolo gode della stessa disponibilità pro-capite di risorse e delle stesse conoscenze, può produrre tutto ciò di cui ha bisogno internamente, senza bisogno di importare nulla, senza bisogno di invadere altri paesi con le proprie merci, senza bisogno di fare guerre commerciali. Gli scambi, quindi, non dovranno essere più regolati dal meccanismo del prezzo di mercato, perché esso attribuisce vantaggi maggiori alla controparte che possiede più potere contrattuale, e in questo modo i ricchi saranno sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, e la guerra non avrà mai fine. Lo scambio di risorse e materie prime, dovrebbe allora essere programmato da atti politici, presi di comune accordo, e finalizzati a garantire l’equa distribuzione delle risorse naturali tra tutti i popoli del pianeta. Questo nuovo genere di scambi non avrebbe nemmeno bisogno dell’intermediazione dei pagamenti monetari.

E infine, di fronte a un potere internazionale, dovremo rispondere con la ricostruzione di una nuova grande internazionale sovranista-socialista di popoli fratelli e nazioni sorelle, che difenda il reciproco diritto di vivere nella propria terra in pace e dignità. Un’organizzazione che supporti finanziariamente tutte quelle organizzazioni a carattere popolare che esistono in Africa e che si battono per raggiungere almeno i seguenti punti irrinunciabili:

1) L’ espropriazione dei grandi stabilimenti multinazionali e la nazionalizzazione delle principali risorse e riserve naturali affinché siano i popoli autoctoni a gestirle per il bene della propria comunità locale e nell’interesse più generale dell’Internazionale stessa

2) il ripudio dei debiti verso le potenze ex-coloniali e verso il Fondo Monetario Internazionale

3) il recupero pieno di una Banca Centrale Nazionale di proprietà pubblica

4) l’uscita da tutti gli accordi capestro con le ex potenze coloniali ma anche dagli accordi di libero scambio che eliminando le barriere commerciali, impediscono lo sviluppo industriale, lasciando decine di paesi intrappolati nell’economia dell’esportazione (a costi irrisori) di materie prime

5) l’impegno del paese ad entrare nella Internazionale affinché le sue risorse siano coordinate con quelle degli altri paesi dell’Internazionale attraverso programmi economici condivisi

Dal canto loro i paesi che sino a ieri hanno rubato e dominato con la violenza militare le terre d’Africa dovrebbero almeno:

1) ritirare immediatamente tutti i militari presenti sul territorio africano e smantellare le loro basi militari

2) vietare l’esportazione di armi e riconvertire le loro industrie militari alla produzione civile, mantenendo aperte solo quelle necessarie ad organizzare la difesa del proprio territorio

3) riformulare tutti gli accordi commerciali su un piano di piena equità, dove, ad esempio, l’Africa metta a disposizione una parte delle proprie risorse in cambio di un ingente flusso di macchinari e mezzi moderni forniti dai paesi europei e non solo per l’industrializzazione dell’agricoltura e della manifattura africana

4) cacciare dal proprio paese tutte le ONG che si rifiutano di mostrare i propri bilanci e quelle che, mostrandoli, evidenziano finanziamenti “politici” provenienti da ambienti economico-finanziari riconducibili all’agenda globalista; sottrarre alle “cooperative” il monopolio dell’”accoglienza e riportarlo sotto lo stato, per stroncare il business dei migranti

5) finanziare attivamente i movimenti popolari africani di liberazione.

Fonti:

1 http://regardsurlafrique.com/14-pays-africains-forces-par-la-france-de-payer-limpot-colonial-pour-les-avantages-de-lesclavage-et-de-la-colonisation/

2 https://www.youtube.com/watch?v=aoIcBuhOF2k

3 https://ilmanifesto.it/neocolonialismo-e-crisi-dei-migranti/

4 https://www.repubblica.it/solidarieta/cooperazione/2017/05/24/news/africa_chi_crea_la_poverta_fermiamo_l_evasione_paghiamo_i_danni_e_ripensiamo_gli_aiuti_-166295080/

5 https://www.youtube.com/watch?v=beUAgufmHB0

6 https://www.listadelpopolo.it/giulietto-chiesa-emigrazione/

7 https://ilmanifesto.it/neocolonialismo-e-crisi-dei-migranti/

8 https://www.orsomarsoblues.it/2018/06/a-proposito-di-migranti-sapevate-che-molti-paesi-africani-continuano-a-pagare-una-tassa-coloniale-alla-francia-dalla-loro-indipendenza-fino-ad-oggi/

https://www.globalist.it/guerra-e-verita/articolo/2017/08/31/14-paesi-africani-costretti-a-pagare-tassa-coloniale-francese-2010740.html

9 https://scenarieconomici.it/microcredito-e-migrazioni-di-massa-la-finanziarizzazione-della-disperazione/

Sonia Savioli, ONG. Il cavallo di troia del capitalismo globale, Zambon, Jesolo, 2018.

10 Global Prospects and Policy Challenges, G-20 Finance Ministers and Central Bank Governors’ Meetings March 19-20, 2018 Buenos Aires, Argentina

11 https://www.thelocal.de/20160516/germany-puts-refugees-to-work-for-one-euro

12 https://www.bbc.co.uk/news/uk-politics-18519395

https://en.wikipedia.org/wiki/Peter_Sutherland

13 https://le-citazioni.it/frasi/333899-laura-boldrini-dobbiamo-dare-lesempio-concreto-di-una-cultura-de/

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Parlano di noi

“È una deportazione” ma se lo dico vengo chiamato razzista. Marco Mori

L’Avv. Marco Mori presenta l’intervista a Konaré per MePiù in quella che è una vera e propria piccola appendice alla stessa. Mori commenta riflettendo su come il potere economico finanziario, attraverso il Cfa, sottrae sovranità all’Africa, investendo direttamente anche le multinazionali. Una fra tutte, fa notare Mori, la Shell, che sfrutta la Nigeria spogliandola delle sue ricchezze. “… Il video è davvero molto, molto interessante perché vi fa ragionare su cosa significa realmente liberare il continente africano…”. “Konaré […] è un eroe per quanto riguarda l’Africa…” e prosegue: “… Seguite il video di mepiù […] è davvero interessante in tutte le sue parti, e soprattutto diffondetelo…”

Guarda l’intervista integrale

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Articolo di Simone Lombardini

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