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Interviste

Vietato raccontare: tutti quegli eventi mai accaduti – Franco Fracassi

I giornalisti mainstream che vengono inviati per fare cronaca di guerra hanno una canna di fucile alla tempia mentre riportano quello che gli è concesso dall’esercito americano. Vengono fatte delle visite guidate dove i reporter intervistano solo chi gli è stato messo davanti. Dalla guerra in Vietnam, gli Stati Uniti non si sono più concessi di fare errori nel controllo coercitivo dell’informazione

I giornalisti mainstream inviati per fare cronaca di guerra hanno una canna di fucile alla tempia mentre riportano quello che gli è concesso dall’esercito americano. Vengono fatte delle visite guidate dove i reporter intervistano solo chi gli è stato messo davanti. Dalla guerra in Vietnam, gli Stati Uniti non si sono più concessi di fare errori nel controllo coercitivo dell’informazione. In questo intervento magistrale durante l’evento a Roma Voci libere per Julian Assange (qui il nostro servizio) il giornalista d’inchiesta, ed inviato di guerra Franco Fracassi racconta come la macchina di controllo infallibile dell’aggressore occidentale sia sempre in atto. Il ruolo dei servizi segreti CIA, l’uso strategico di Wikipedia, fino agli inviati di guerra gestiti come asset militare per mantenere l’opinione pubblica nei binari concessi dalla NATO. Ecco perché la lotta per Assange libero è la battaglia più egoista che si possa fare, ne vale delle libertà più basilari. Servizio di Leonardo Rosi.


C’è un suono che a qualche migliaio di chilometri da qui si ascolta ogni venti secondi ed è il suono che corrisponde alle cannonate e ai colpi di mortaio che cadono sulla città di Donetsk nell’Ucraina orientale, nel Donbass, anzi sta per diventare territorio russo. È un suono che ti entra nel cervello, non se ne va via, ti impedisce di ragionare e che ti fa pensare che prima o poi la prossima cannonata arriverà per te, perché lì le cannonate arrivano a casaccio. Arrivano totalmente a casaccio perché a Donetsk non c’è la guerra, lì non si combatte, non c’è la guerra. Non ci sono soldati russi, non ci sono carri armati, non ci sono truppe di nessun genere, c’è una città enorme con i profughi di oltre tre milioni di abitanti, fatta di uomini donne bambini e anziani che vorrebbero vivere in pace, invece ogni venti-trenta secondi, giorno e notte, notte e giorno, si sente quel rumore, è una cosa che non se ne va via. Ma quello che sta accadendo laggiù, grazie ai nostri cannoni inviati dall’Italia, perché questo bombardamento è iniziato quando sono arrivati i cannoni italiani, non esiste. Semplicemente non è mai accaduto, non è mai accaduto perché da poche migliaia di chilometri da qui c’è una guerra che non ci viene raccontata.

Non ci sono giornalisti sul teatro di guerra, non ci sono, non ci sono in Donbass, quando io sono andato ero l’unico poi ogni tanto c’è qualcuno che va e viene dal Donbass, ma insomma poca roba. Soprattutto non ci sono dall’altra parte. Perché le migliaia di giornalisti che arrivano da tutto il mondo in Ucraina sono costretti in una gabbia. Prima è stato fatto accenno alle differenze di pesi e di misure che c’era una volta col giornalismo, quando i giornalisti facevano ancora il loro mestiere negli anni sessanta-settanta, per l’appunto proprio negli anni settanta gli americani hanno imparato, hanno detto “Mai più”. Mai più giornalisti che possono raccontare la verità di ciò che accade in guerra. Mai più che l’opinione pubblica possa dirci che cosa dobbiamo fare e che siamo magari costretti ad alzare bandiera bianca in Vietnam quando non stiamo perdendo la guerra, mai più. L’hanno fatto. Hanno cambiato il volto del giornalismo completamente, hanno cambiato il volto del giornalismo di guerra. Nel 1990 questo cambiamento si è verificatosi compiuto. All’epoca c’era un paese, l’Iraq che aveva invaso un altro paese che si chiamava Kuwait. Tutto il mondo occidentale improvvisamente si è sentito vicino alla grande democrazia kuwaitiana, ha sentito proprio la necessità di andare a rimettere al proprio posto il parlamento kuwaitiano a tutto quello che rappresenta per i valori occidentali. Essendo la prima guerra e che ha coinvolto tantissimi paesi, i migliori giornalisti di tutto il mondo si sono affrettati ad andare come inviati di guerra laggiù. Hanno raccontato quella guerra con la dicitura “Inviato nel teatro di guerra”, “Inviato nella guerra del Golfo”. 

Allora il punto è che all’epoca gli americani hanno già approntato tutte le contromisure per impedire che ciò avvenisse. I giornalisti che sono partiti da tutto il mondo per arrivare nel golfo, sono partiti a bordo di aerei militari, sono stati sbarcati, non in Kuwait e non in Iraq, ma nel mezzo del deserto saudita, in mezzo al nulla dentro dei capannoni, dei giganteschi capannoni in uno dei quali c’era una sorta di conferenza stampa permanente. Conferenza stampa tenuta da generali degli Stati Uniti d’America. In pratica loro entravano in questo capannone e dalla mattina alla sera ascoltavano e vedevano questi generali che con un enorme schermo dietro spiegavano come stava andando la guerra e mostravano delle immagini di bombe che cadevano. Tutti i giornalisti che sono partiti per la guerra del Golfo hanno dovuto firmare un contratto senza il quale non sarebbero potuti partire e non si sarebbero potuti definire “inviati di guerra” e se fosse stato violato sarebbero stati costretti a ritornare in patria. 

Vi leggo i termini di questo contratto.

  • 1 – Dovete essere sempre accompagnati da una scorta militare. 
  • 2 – È proibito informare sul tipo di armi, equipaggiamento, spostamenti, consistenza numerica delle unità. 
  • 3 -È proibito descrivere in modo dettagliato lo svolgimento delle operazioni militari diffondendo notizie sui risultati delle operazioni stesse. 
  • 4 – È proibito identificare le località e le basi da cui partono le missioni, i servizi si possono datare con diciture come Golfo Persico, Mar Rosso, Arabia Saudita orientale, Arabia Saudita centrale, nei pressi del Confine kuwaitiano. 
  • 5 – È proibito divulgare informazioni sulla consistenza dell’armamento delle forze nemiche. 
  • 6 – È proibito menzionare in dettaglio le perdite subite dalle forze della coalizione, si possono impiegare i termini scarse, moderate, gravi. 
  • 7 – Sono vietate le interviste non concordate.

In pratica non potevano raccontare nulla. Si trovano in mezzo al deserto in mezzo al nulla e dovevano riportare quello che dicevano i giornali americani. Anzi, scusate I generali americani. Quando loro mandavano le corrispondenze c’era scritto “inviato di guerra”, credo che i giornalisti che si trovavano qui in Italia di fronte ad un computer erano più inviati di guerra di loro, eppure c’era scritto inviato di guerra. Le guerre così vengono raccontate. La guerra in Iraq è stata raccontata così, la guerra in Libia sarà raccontata così, la guerra in Afghanistan è stata raccontata così. Noi siamo stati vent’anni in Afghanistan. Abbiamo invaso un paese e ci siamo stati vent’anni, adesso sfido qualcuno di voi a dirmi se in questi vent’anni avete visto un morto afgano in televisione. Se in questi 20 anni avete visto un peluche di un bambino afgano, se avete visto un profugo afgano che si lamentava di qualche cosa. Le guerre non vengono raccontate. Come non viene raccontata la guerra in Ucraina. I giornalisti vengono portati come pacchi da delle truppe ovunque, sempre così nelle guerre vengono presi, trasportati. Viene deciso dove, come, quando, che cosa devono vedere, con chi devono parlare. Così succedeva in Afghanistan, venivi caricato su un aereo, se eri italiano portato nella base italiana in Afghanistan, dopodiché ogni giorno c’era l’ufficio stampa che ti portava in giro e stabiliva ogni giorno che cosa dovevi vedere, con chi dovevi parlare. Entravi dentro un blindato non vedevi nulla, ad un certo punto il blindato si apriva, tu scendevi e c’era una scuola, allora c’era il militare che diceva: “Vedete questa scuola l’abbiamo costruita noi, vedete qui c’è il preside è felice, qui ci sono tutti quanti questi insegnanti, vi spiegheranno come facciamo bene il nostro lavoro, potete intervistare queste persone. Prego.” I giornalisti si mettevano in fila con il loro bel taccuino a intervistare queste persone con i soldati italiani accanto con il mitra che sorvegliavano. 

Così è successo in Afghanistan, così è successo ovunque in Ucraina. Non ci possono portare con gli aerei militari perché sono aerei della NATO e quindi scoppierebbe una guerra nucleare. Allora i giornalisti che fanno, prendono con i loro mezzi, vanno in qualche modo al confine ucraino, dopodiché visto che devono chiedere un visto sanno esattamente dove, come e quando arriveranno, vengono prelevati al confine, vengono portati in un centro stampa e dopodiché gli viene detto: “Ogni giorno si organizza un bel convoglio, adesso andiamo lì, adesso si scende qui c’è stato un massacro vedete? Purtroppo si è arrivati un po’ tardi perché il massacro c’è stato, non c’è, però qui c’è stato un massacro. Questa è una bomba, questi qui sono i testimoni e adesso potete parlare con questo, questo, questo e quest’altro.”

Intorno a loro ci sono i militari ucraini con i mitra spianati. Così ci viene raccontata la guerra. Per questo Assange è un pericolo. Perché Assange ce l’ha mostrata quella guerra. Assange ci ha mostrato i civili e i giornalisti massacrati da droni americani. Ci ha mostrato qualcosa che non ci vogliono far vedere, che in Ucraina non ci fanno vedere. Noi in Ucraina non abbiamo visto che cosa accade in Ucraina, non sappiamo nulla di quello che accade in Ucraina. Un giornalista che ha provato a raccontare qualche cosa sul massacro di Bucha è in questo momento in ospedale in Turchia perché accoltellato dei servizi segreti ucraini ieri (28 settembre, Ndr). Un giornalista francese. La guerra non ce la fanno raccontare e vi spiego anche qualcos’altro. perché questa guerra è raccontata attraverso una persona arrivata a febbraio del 2014 a fine febbraio del 2014 subito dopo Euromaidan. Quest’uomo era un ex berretto verde degli Stati Uniti d’America visto che era ‘intelligente, bravo, sveglio è stato preso dalla CIA e messo a capo dell’ufficio “guerra psicologica” della CIA. Dopodiché sbarca a Kiev, sbarca a Kiev per fare cosa? Per mettere ordine e regolare l’intero comparto dell’informazione in Ucraina.

Forma una organizzazione non governativa e da questa crea il “Ministero dell’informazione” che prima non c’era. Allora mi chiedo: un cittadino di un paese sovrano decide di andare in un altro paese sovrano che sta a 10.000 km da lì, e non si sa bene a che titolo e si permette di stabilire cosa devono dire i giornali, cosa devono dire le televisioni? A me sembra allucinante eppure è successo, gliel’hanno fatto fare. Da allora quest’uomo sta lì e quest’uomo quando è arrivato a Kiev ha consegnato a tutti i suoi sottoposti ucraini un documento per fargli capire che cosa avrebbero dovuto pensare, dire e fare. 

Vi leggo un estratto di questo documento. Quest’uomo si chiama Joel Harding, per la cronaca.

“Le fotografie possono essere ritoccate come i video, i testimoni oculari devono essere trattati come agenti stranieri sospetti, anche se è la persona più affidabile al mondo a dire qualcosa, si può sempre bollarla come speculazione, faziosità o come un agente pagato dai russi. Che cosa faremo? Sradicare, rifiutare, corrompere, ingannare, usurpare o distruggere le informazioni. Le informazioni, non va dimenticato, sono l’obiettivo finale della cyber guerra. Tutto questo per avere un impatto diretto sul processo decisionale dei leader avversari. Quando parlo di avversari mi riferisco ai leader europei.” Siamo noi i nemici degli Stati Uniti d’America! 

“Bisogna sviluppare una strategia di contenimento informatico dei media russi ed erigere barriere per controllare l’informazione ucraina. Ho discusso sul possibile uso delle informazioni sul social media come arma. Mi riferisco ad uno strumento che rastrella i social media, ne calibra i sentimenti e fornisce all’utente la possibilità di generare automaticamente una risposta convincente. Lo strumento che utilizzeremo di più sarà Wikipedia.” Ovviamente non Wikileaks.

E poi riferendosi a come bisogna trattare i russi: “La guerra di informazione per l’Ucraina ha assunto un nuovo aspetto: la Russia va abbattuta, deve soffocare, sentire un dolore ogni limite accettabile, deve pagare, la Russia deve soffrire. Riguardo ai giornalisti, bisogna attuare una vera e propria repressione armata del giornalismo ucraino, gli oppositori e giornalisti critici vanno neutralizzati.” 

Da allora sono passati 8 anni, sono stati neutralizzati oltre 80 giornalisti. Gli ultimi due sono stati neutralizzati sotto gli occhi di tutta la stampa mondiale perché è accaduto quando l’Ucraina era piena di giornalisti occidentali. Uno è sparito come accadeva in Sud America. Perché in Ucraina ci sono i desaparecidos esattamente come in Cile e in Argentina, è sparito. A Marzo di quest’anno aveva osato dire che forse era il caso di trovare una soluzione pacifica alla guerra. Un altro invece che aveva detto che nelle forze armate ucraine c’erano un po’ troppi nazisti. Gli hanno sparato in faccia nel pieno centro di Kiev e il suo assassino si è allontanato camminando ovviamente sapendo che non sarebbe mai stato perseguito. Nessun suo collega occidentale ne ha parlato, perché lì i giornalisti non muoiono, perché noi di quello che succede in Ucraina non sappiamo nulla, e nulla dobbiamo sapere.

Per questo è importante Julian Assange. Per questo ne sentiamo la mancanza. Perché vogliamo sapere quali sono gli ordini che sono stati dati a Zelenski. Vogliamo sapere quali sono gli ordini che hanno portato centoventimila nazisti dichiarati ad armarsi ed entrare nelle forze armate ucraine: 120 mila. La Battaglia per Assange non è una battaglia per l’uomo per cui dobbiamo avere pietà e quindi sperare il meglio nella vita ovviamente. La battaglia per noi è la battaglia più egoista che possiamo fare perché è la battaglia che farà la differenza sul mondo che vivranno i nostri figli. E se quel briciolo di democrazia, umanità è rimasta in un emisfero occidentale che pretende di dare lezioni al resto del mondo.

Franco Fracassi


Dal 17 Agosto ad oggi, noi su MePiù siamo stati gli unici nel campo della ‘controinformazione’ a sviluppare un ragionamento sull’astensione. Lo abbiamo iniziato con il Professor Malanga e si è sviluppato per settimane e ore di Podcast.

Martedì sera abbiamo pubblicato un documento, quello sulla ricerca con il Radar ad apertura sintetica, che potrebbe davvero cambiare la faccia della storia della nostra umanità.

Mercoledì mattina ci siamo svegliati con un bel post dal caro Puente (vicedirettore dell’Open di Mentana) che ci indicava nemici della nazione (ogni tanto si ricordano che esiste una nazione).

Giovedì pomeriggio abbiamo pubblicato un’intervista a Nicolai Lilin che non c’è andato per niente leggero sulla guerra tra Nato e Russia in Ucraina che subiamo solo noi e gli ucraini.

E proprio ieri sera inizia un pesante attacco al nostro blog mepiu.it con il pretesto che io (@eugeniomiccoli) lucrerei sulle spalle del professor Malanga. Questa illazione va a sostegno della motivazione a questo atto vandalico, ripeto due giorni dopo la pubblicazione della conferenza di Montenero ed a due giorni dalle elezioni.

Tutto un caso? Siamo così pericolosi per il professor Malanga da meritarci questo? Oppure c’è qualcun altro a sentire pericolo fino a rendere il nostro blog irraggiungibile e chiedere un riscatto di 500 dollari in bitcoin.

Per fortuna la coscienza è pulita. I conti eternamente in rosso e la fiducia ed il sostegno del Professor Malanga immutato se non rafforzato.

Continueremo a lavorare far tornare mepiu.it e l’informazione che li sopra divulghiamo, a disposizione di tutti come è sempre stato. Probabilmente ci vorrà ancora qualche ora se non un giorno.

Intanto, soprattutto visti gli accaduti, stiamo organizzando un’architettura informatica che ovviamente aumenta i costi di gestione quotidiani e fissi. Per questo, soprattutto in questo caso, la richiesta di aiuto e di sostegno è concreta e determinante per il futuro di questa realtà. Già economicamente in bilico, oggi ancora più precaria.

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