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Sardegna sempre in guerra – Il peso della NATO

La Sardegna risente profondamente dell’onere delle servitù militari sin dall’immediato dopoguerra. Questo non è un problema collocabile esclusivamente nel contesto geopolitico attuale, è un problema storico che coinvolge completamente il territorio e il popolo sardo. I pareri di Mauro Pili, Claudia Zuncheddu e il coordinamento di Sardinnia Aresti.

Ha suscitato molto scalpore l’imponente esercitazione militare “Mare Aperto 2022” che ha preso avvio il 3 maggio scorso e si concluderà il 27. Protagonisti 4.000 soldati di sette Paesi e oltre 65 tra navi, sommergibili, velivoli ed elicotteri. I social sono disseminati di immagini di colonne di mezzi militari che percorrono le dissestate strade dell’isola e di distese di navi da guerra al porto di Cagliari. L’Unione sarda con un articolo di Mauro Pili del 13 maggio parla di ‘Blitz militare “immediato”, Sardegna circondata‘ e velocemente molte altre testate rimbalzano la vicenda creando un’onda anomala di notizie da verificare, comunicazioni ufficiali, propaganda e controversie generali.

Come stanno realmente le cose?

La Sardegna risente profondamente dell’onere delle servitù militari sin dall’immediato dopoguerra. Questo non è un problema collocabile esclusivamente nel contesto geopolitico attuale, è un problema storico che coinvolge completamente il territorio e il popolo sardo.

A tal proposito, abbiamo sentito Mauro Pili – caporedattore de L’Unione Sarda – che commenta: “Dovrebbe far scalpore il silenzio del passato più che qualche rumore del presente!” – riferendosi all’onda anomala, di cui sopra, ma che di anomalo per gli autoctoni ha ben poco. Sono già tre generazioni che ogni anno i residenti sono quasi rassegnati ai giochi di guerra, primaverili e autunnali, in quelle terre, in quei mari e in quei cieli che vengono interdetti a cadenza regolare per coloro che quegli elementi li vivono e li sentono dentro il loro sangue. “Probabilmente questa notizia ha fatto così scalpore perché è mancata una consapevolezza che invece si è manifestata a causa del clima geopolitico attuale” conclude Mauro Pili. 

In questo senso è interessante la dichiarazione del portavoce della Marina militare di Cagliari che ha riferito chiaramente che questo genere di esercitazioni vengono organizzate da decenni due volte all’anno e che ormai sono diventate consuetudinarie. Secondo lo stesso, la NATO non sarebbe direttamente coinvolta se non per il fatto che all’esercitazione sono stati invitati a partecipare sette Paesi membri, ma si tratta di un evento che non va assolutamente contestualizzato in termini geopolitici. Insomma, non c’entra nulla la NATO e non c’entra nulla l’Ucraina. D’altronde non ci sono ufficialmente basi NATO in Sardegna, è tutta servitù militare tricolore.

E la Sardegna cosa ne pensa?

La società sarda è una società le cui fondamenta sono radicate nel settore agropastorale ma che ha visto negli anni l’abbandono della tradizione, con conseguente patologico spopolamento, alla ricerca di sicurezza economica o per l’investimento umano nel settore che non va mai in crisi, quello in divisa. “Il problema della Sardegna è che è sempre in guerra” ci racconta la Dottoressa Claudia Zuncheddu – medico di base, responsabile ISDE Sud Sardegna e segretaria del movimento Sardigna Libera, personaggio molto attivo nella tutela dei diritti della persona e del territorio. 

Ci commenta la dichiarazione, sopracitata, del portavoce della Marina Militare di Cagliari, in questo modo: “Sicuramente non bisogna far passare l’idea che si tratti di un evento straordinario, contemporaneamente bisogna opporsi alla banalizzazione di un problema reale e continuo per il territorio e il popolo sardo. La Sardegna è un territorio ad altissimo rischio, aldilà di questa esercitazione specifica, siamo davanti a un grossissimo problema di sicurezza. La NATO c’entra senz’altro. Prima di tutto perché non può essere casuale che a tutte le esercitazioni vengano invitati a partecipare altri Stati membri, ma anche perché nell’arco degli anni abbiamo collezionato, da parte dello Stato italiano, continue sgradevoli negazioni di chiarimenti alle nostre domande con la scusa del segreto NATO. Assistiamo a continue contraddizioni nelle dichiarazioni degli organi competenti. La nostra isola vive nell’incertezza e nella vulnerabilità costante e questo non dipende solo ed esclusivamente dal clima geopolitico attuale, perché nel mondo non c’è solo la guerra russo-ucraina. Ci sono altre 179 guerre di cui 79 solo in Africa. L’ideale sarebbe un processo di disarmo, ma assistiamo all’esatto opposto e noi sardi ne siamo una testimonianza storica: qui la guerra fredda non ha mai avuto fine. Lo Stato italiano non ha avuto particolare riguardo per la via della mediazione, lo dimostra la mancata cura dell’arte della diplomazia. Si guardi l’attuale Ministro degli esteri, emblema di uno Stato genuflesso all’imperialismo americano.”

Quindi meno militari e più turismo?

Sembra piuttosto evidente che il problema della presenza massiccia di servitù militari nell’isola non riguardi esclusivamente la guerra più famosa in questo momento o la stagione turistica compromessa. Il problema è ben radicato nel territorio, nell’enorme dislivello culturale, sociale, economico e scientifico tra l’isola e la penisola, nella totale assenza di vero dialogo tra governo regionale e governo centrale e nella criminalizzazione delle posizioni degli autoctoni.

Nel servizio sulla manifestazione unitaria del 9 aprile scorso, abbiamo già avuto la possibilità di sentire il punto di vista dei coordinamenti contro le servitù militari, in particolare Sardinnia Aresti che sottolinea la sottrazione del territorio sardo da parte dello Stato per scopi pericolosi e scardinati dalla vocazione territoriale e culturale. Li abbiamo ascoltati mentre si recavano allo Sciopero contro le servitù militari di oggi 20 maggio in via Torino a Cagliari, chiedendogli cosa pensassero dello scalpore creato dalla notizia dell’esercitazione in corso: “Per quanto riguarda i sardi, sicuramente vedere tutte quelle navi militari nel porto di Cagliari fa sempre il solito bruttissimo effetto e ora ancora di più, visto che non si parla d’altro che di guerra in Ucraina. Abbiamo fatto dei presidi in via Roma davanti all’invasione di queste navi, le esercitazioni sono sempre invadenti e aggressive. Oggi siamo qui in via Torino per rilanciare la manifestazione di Domenica 22 maggio a Teulada, abbiamo organizzato molti eventi in questi mesi, per autofinanziarci, autogestirci e radicarci sempre più nel territorio. Continuiamo la nostra lotta contro lo sfruttamento. Non vogliamo passi l’idea che le esercitazioni non si debbano fare solo perché chiudono le spiagge e la stagione turistica è a rischio. Chi con le bombe, chi con il cemento: il turismo è un’industria esattamente come quella militare.”

Tutto questo lo spiega chiaramente anche una loro grafica social: Promemoria. L’occupazione militare in Sardegna non è un problema per il turismo, non è un problema d’immagine. Il problema è lo sfruttamento della terra, la sua devastazione e il ricatto verso chi la abita. E di questo problema fa parte anche il turismo. 

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