Gio. Mag 13th, 2021

Il Sole 24 ore scrive che in 16 mesi gli extra deficit (due per le leggi di bilancio) hanno determinato nuovi debiti per una cifra pari a quattro volte gli interventi aggiuntivi previsti con i fondi europei. Conti in rosso e il Recovery Plan da riscrivere. È il panorama che il neo-istituito governo Draghi si trova davanti dopo l’anno della pandemia guidato dal Conte bis.

Per Moody’s una tra le più influenti agenzie di rating, il nuovo esecutivo migliorerebbe le prospettive per un uso efficace dei fondi. (Esistono molte agenzie di rating, ma le più conosciute e influenti sono la Standard & Poor’s, Moody’s Investor Service e Fitch Ratings). Nel suo ultimo report Credit Outlook’ Moody’s, evidenzia come il nuovo governo guidato dall’ex presidente della Banca centrale europea “probabilmente punterà a riforme economiche strutturali, aiutato anche dal Recovery Plan che l’Italia presenterà ad aprile a Bruxelles e che “includerà progetti infrastrutturali di alta qualità, che potrebbero migliorare le prospettive di crescita”. Tuttavia, i rischi maggiori per il nuovo esecutivo riguardano il lungo periodo. “Una volta superata l’emergenza pandemica”, scrive Moody’s, “una sfida chiave per il governo Draghi sarà mantenere l’appoggio politico per i cambiamenti”. 

L’attuale momento politico dell’Italia, osserva ancora Moody’s, “può essere paragonato al governo tecnocratico guidato da Mario Monti nel 2011-2013“. Certo, “l’esistenza del pacchetto ‘Recovery’ dell’Ue è una differenza importante”, viene precisato, Questo, conclude l’agenzia nel report, “potrebbe amplificare le tendenze populiste anti-Ue cresciute nell’ultimo decennio” in Italia, con conseguenti “rischi nel lungo periodo” per il governo.

Ancora una volta, Le tensioni sul Recovery Plan, che secondo la narrazione ufficiale nel precedente governo avevano indotto la fronda parlamentare di Renzi ad abbandonare la maggioranza e costretto il premier Conte ad inseguire una fiducia un po’ raffazzonata al Senato, rischiano ora di indebolire le prospettive di una crescita unitaria dell’Italia, almeno nel lungo periodo della neonata legislatura.

Ecco quale saranno i provvedimenti urgenti per Draghi

Nei 16 mesi che separano la Nadef alla base della manovra 2020, la prima della nuova maggioranza giallorossa, dall’ultimo scostamento approvato per finanziare l’ipotetico decreto ristori 5, il governo uscente e il Parlamento hanno approvato in sette occasioni (due per le leggi di bilancio) deficit aggiuntivo per 426,8 miliardi di euro a valere sugli anni dal 2020 al 2026. Se si vuole considerare invece il periodo “coperto” dal Recovery Plan – 2021-2026 – i miliardi di indebitamento netto aggiuntivo rispetto al programma originale sono 302,6.

A partire da questi conti, si dovrà riscrivere dunque anche quella bozza di documento del Recovery Plan nelle mani del Parlamento. Il presidente del Consiglio incaricato Mario Draghi ieri ha parlato di «risorse straordinarie dell’Unione europea», da pianificare con «sguardo attento per le giovani generazioni» e con l’obiettivo del «rafforzamento della coesione sociale».

Riscriverlo per Draghi vorrà dire confrontarsi col Parlamento e adeguare quel documento alle raccomandazione della Commissione europea su almeno due punti: indicare obiettivi misurabili degli investimenti finanziati, spiegare bene le riforme che nel testo sono liquidate con parole generiche. 

Il Bilancio UE e le risorse proprie dopo il NGEU

In data 27.5.2020, la Commissione ha presentato un pacchetto di proposte intitolato “Next Generation EU” (“NGEU”) per far fronte alle esigenze di ripresa dell’UE e dei suoi Stati membri a seguito della crisi COVID19.

Dopo la discussione all’interno dell’Eurogruppo avvenuta nel luglio 2020, la proposta è stata approvata dal Consiglio dell’Unione Europea con Regolamento 2020/2094 adottato in data 14.12.2020 che ha istituito “uno strumento dell’Unione europea per la ripresa, a sostegno alla ripresa dell’economia dopo la crisi COVID-19”.

Nello stesso giorno, il Consiglio dell’Unione Europea ha approvato la nuova decisione sulle risorse proprie conferendo alla Commissione, con l’art. 5, il potere di contrarre sui mercati dei capitali prestiti per conto dell’Unione per un importo massimo di 750 miliardi.

Il NGEU, tramite il trasferimento di siffatti poteri alla Commissione, dota l’Unione Europea di risorse proprie svincolate dai trasferimenti dei singoli Stati membri ed in quest’ottica apre ad una conformazione più federale delle istituzioni europee anche se, ancora, non abbandona totalmente il modello intergovernativo che la caratterizza sin dalla sua nascita.

Questo significa che per l’attuazione degli obiettivi e lo svolgimento delle funzioni di contrasto alla pandemia, dando corpo, come è stato giustamente sottolineato, al principio definito da Alexander Hamilton nella Convenzione di New York del 1788: “Se l’Unione persegue obiettivi autonomi dagli Stati, allora deve avere entrate autonome dagli Stati”.

Il beneficio netto

A fronte di questi indubbi risultati, la prima obiezione rivolta dall’articolo di Kritica Economica riguarda la quantificazione del vantaggio effettivo in termini monetari che l’Italia riceverebbe al netto della contribuzione versata. In effetti, negli ultimi anni, l’Italia è sempre stata un “contributore netto” dell’Unione, nel senso che l’ammontare totale dei contributi versati è risultato superiore alle somme ricevute. Con il NGEU le cose cambiano ma, secondo Kritica Economica, in maniera non sufficiente. L’Italia dovrebbe ricevere 209,7 miliardi di Euro, di cui 82,1 in sovvenzioni a fondo perduto (65,4 delle quali imputabili al Recovery and Resilience Facility) e 127,6 miliardi di prestiti.

Le condizionalità

Un ulteriore critica fa invece riferimento alle c.d. “condizionalità” cui sarebbero accompagnate le erogazioni provenienti da NGEU e destinate ai singoli Stati membri. Ma su questo aspetto occorre fare chiarezza.

Anzitutto, allo stato, non risulta ancora adottato il Regolamento che dovrebbe disciplinare l’accesso e l’erogazione dei grants e dei prestiti. (Come si è visto nella fase dei negoziati, il tasto dei grants è stato tra i più delicati, soprattutto per via dell’opposizione dei Frugal Four).

Il documento denominato “Regolamento che istituisce il Dispositivo di Ripresa e Resilienza” citato nell’articolo di Kritica Economica è solo una bozza redatta dalla Commissione che deve ancora essere approvata dal Parlamento Europeo. Tale documento, così come le conclusioni dell’Eurogruppo (parimenti citate nell’articolo) disegna un sistema di regole comuni volte a disciplinare l’erogazione dei fondi.

In linea generale si tratta di disposizioni molto simili a quelle che da decenni accompagnano l’accesso ai fondi strutturali dell’Unione, in relazione alle quali nessuno ha mai sollevato alcuna particolare rimostranza. Nello specifico, le regole in questione vincolano anzitutto le somme da stanziare al raggiungimento di determinati obiettivi come, ad esempio:

–  la transizione verde e digitale (non a caso i due ministeri rispettivamente Cingoloni/Colao, prevedono un piano comune);

–  la crescita intelligente, sostenibile e inclusiva;

–  la coesione economica, l’occupazione, la produttività, la competitività, la ricerca, lo sviluppo e l’innovazione;

–  la coesione sociale e territoriale e la salute.

Vedremo quale sarà il testo finale del Regolamento che istituisce il Dispositivo di Ripresa e Resilienza, ma per adesso, gli atti ed i documenti ufficiali, non sembrano congegnare un sistema di condizionalità asfissiante o particolarmente invasivo come ad esempio quello che solitamente viene concordato dalla Commissione e gli Stati membri che richiedono l’accesso alle linee di credito ordinario del Meccanismo Europeo di Stabilità. Certamente l’erogazione dei grants è subordinata alla valutazione della Commissione ed alla approvazione del Consiglio dei PNRR, ma non dobbiamo scordarci che queste risorse sono prese a prestito dall’Unione e costituiscono un debito comune di tutti gli Stati membri, i quali, ovviamente hanno il diritto di verificare che i fondi stanziati siano effettivamente spesi per il raggiungimento degli obiettivi prefissi.

Conclusioni

Pare che le perplessità sollevate da Kritica economica verso il NGEU siano parziali e in gran parte decontestualizzate in quanto dirette a contestare elementi specifici senza considerare il quadro di insieme, scrive il Sole 24 ore, riprendendo un trafiletto del Financial time del 13/02/2021. Il NGEU e il Recovery and Resilience Facility rappresenterebbero quindi una opportunità storica per il nostro paese ed un significativo passo in avanti verso un’Unione Europea meno intergovernativa e più federale.

Le “condizionalità” che accompagnano l’erogazione delle risorse possono rappresentare un valido incentivo ad attuare quelle riforme strutturali di cui il nostro paese ha un drammatico bisogno. “Del resto se gli obiettivi del Recovery and Resilience Facility sono obiettivi condivisibili ed anzi auspicabili, un vincolo al raggiungimento degli stessi può e deve essere salutato positivamente, evitando di trincerarsi dietro la solita retorica del furto di sovranità” – scrive Luca Giagnoni del Sole 24ore.

Insomma qualsiasi dubbio in merito all’utilizzo del Recovery fund, se non viene espresso da un’agenzia di rating, viene irrimediabilmente percepito come un dubbio infondato o, peggio,  prodotto da tutti coloro che non accettano la realtà così com’è, una realtà emergenziale a tinte colorate e nonostante tutto partecipata positivamente mediante il ben noto motto dell’andrà tutto bene, ormai, nell’era post-Covid, in salsa europeista!

Alessandra Gargano Mc Leod

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