Il Vitello Intonato intervista Eugenio Miccoli sul progetto MePiù. 21 ottobre ore 17 in diretta su YouTube.

Luca Tanesco intervista Eugenio Miccoli sul progetto MePiù. Il 21 ottobre ore 17 in diretta sul canale Youtube “Il Vitello Intonato“, un progetto di Luca Tanesco. L’intervista sarà trasmessa live a questo indirizzo: https://youtu.be/T-UyR9LTtSE imposta il promemoria.

Clicca sull’immagine per guardare il video.


SOSTIENI L’INFORMAZIONE INDIPENDENTE DI MePiù
IBAN E POSTEPAY SU: https://mepiu.it/sostieni


Se vuoi evitare di essere ingannato dagli stregoni della notizia,
segui MePiù, presente su tutte le piattaforme.


Articoli recenti

SETTE+ il nuovo format di informazione indipendente, disponibile in diversi formati su MePiù e LaFinanzasulWeb. Arnaldo Vitangeli e Eugenio Miccoli.

In questa fase storica il sistema mediatico sta velocemente passando da una propaganda sottile e mascherata, con il rispetto almeno formale dei principi di neutralità e pluralismo, a una propaganda violenta e martellante, unita a una sistematica censura. Tutto questo è in linea con l’evoluzione politica di un regime prima occulto e ora sempre più palese. Per questo abbiamo deciso di intensificare gli sforzi per resistere e per ribaltare una narrazione falsa e funzionale agli interessi dei pochi.

Oggi quindi, vi presentiamo questa puntata pilota di un nuovo format, uscito sulla Finanza sul Web, basato sul precedente Sette+, in cui analizziamo tutti i principali eventi della settimana. In questa puntata parliamo della stretta del governo, della Marcia della Liberà e delle presidenziali americane.

settimanale SETTE+ live – EDIZIONE pilota
CON eugenio miccoli

SOSTIENI L’INFORMAZIONE INDIPENDENTE DI MePiù
IBAN E POSTEPAY SU: https://mepiu.it/sostieni

settimanale SETTE+ EDIZIONE pilota
CON IL COMMENTO DI ARNALDO VITANGELI

Sette+ raccoglie le principali notizie della settimana, in piccoli servizi e nel formato settimanale commentato da Arnaldo Vitangeli che ci aiuterà come sempre a fare chiarezza sulla situazione. La voce narrante è quella del nostro Eugenio Miccoli mentre le musiche e grafiche sono tutte autoprodotte da Dagon Lorai.

SETTE+ IN COMPRESSE

LA VERITÀ SUI NEGAZIONISTI

Migliaia di persone (le stime vanno dai 2 ai 20 mila) si sono ritrovate sabato 10 ottobre a Piazza San Giovanni, per chiedere un cambio radicale nel paradigma economico e politico per il nostro Paese.
10 i punti portati avanti dalla manifestazione, sui quali gli organizzatori hanno costruito il programma dell’evento e che rappresentano i temi cardine del sovranismo italiano: tra i più importanti possiamo citare:
“una moneta sovrana in uno Stato sovrano”, “un piano di investimenti e per il lavoro che debelli la disoccupazione”, “aumento dei salari ed un reddito minimo di 1.000 € per disoccupati, cassintegrati e partite iva”.
“Difesa delle piccole aziende, con un 2020 tax free in vista di una radicale e più equa riforma fiscale”, “nazionalizzazione del debito e moratoria nei confronti della finanza speculativa”. “Controllo pubblico del sistema bancario e la nazionalizzazione delle grandi aziende strategiche”.


In sintesi i manifestanti chiedevano la fine del neoliberismo, più Stato e meno mercato, e una piena applicazione della Costituzione del 1948, posizioni e proposte che, nel resoconto dei media, non sono mai state neppure citate.
La stampa e le tv, infatti, hanno parlato della manifestazione come di una bizzarra e pericolosa adunata di “negazionisti” termine che oggi viene utilizzato dal mainstream per indicare, o meglio per screditare, chiunque critichi l’approccio del governo all’epidemia di Covid o ponga domande scomode sui dogmi sanitari vigenti.
Riguardo al Covid la posizione del popolo di Piazza San Giovanni è chiara: l’epidemia di coronavirus esiste ma viene ingigantita dai media e utilizzata dalla politica per imporre limitazioni della libertà individuale e collettiva e per rafforzare il dominio economico del grande capitale transnazionale.
Nessuna negazione della pandemia, dunque, ma una diversa idea del suo reale impatto e degli strumenti più adatti a contrastarla.
Sul palco si sono alternati negli interventi alcuni dei volti noti della cultura dissidente, da Sara Cunial, Francesco Amodeo, da Matteo Brandi a Tiziana Alerio. Applauditissimi in particolare i discorsi di Mohamed Konarè, che ha sottolinato la convergenza tra la lotta dei giovani africani per l’indipendenza e quella dei popoli europei per la sovranità, e quello di Francesco Toscano, che si è imposto, a Piazza San Giovanni, come uno dei leader politici più infulenti del sovranismo italiano.

SETTE+ IN COMPRESSE

IL COVID RIESCE A BLOCCARE TUTTO TRANNE LA POLITICA

Il primo tra i leader politici fu Zingaretti, che il 7 marzo dichiarò di essere positivo al Covid. In assenza di sintomi signifiativi, o forse proprio di sintomi, il segretario Dem si isolò in casa e un paio di settimane dopo, con i due tamponi negativi alla mano, dichiarò trionfante di avere battuto il Covid.
Poco dopo è toccato a Boris Johnson, e in molti in Italia provarono una qualche nascosta soddisfazione. Bojo, come viene amichevolmente chiamato il premier inglese, era infatti molto restio a chiusure e lock down e nella sua positività qualcuno vide una specie di punizione divina.
Pochi sintomi, quelli tipici dell’influenza, pochi giorni di isolamento, e subito il biondocrinuto Johnson è tornato a Downing Street.


Le preoccupazioni sono state invece serie quando è toccato a Silvio Berlusconi. Il Cavaliere, infatti, ha contratto il virus a 84 anni, dopo aver subito diversi interventi chirurgici e dopo varie vicissitudini mediche, e in molti hanno temuto il peggio.
Invece dopo un paio di settimane anche l’ultraottuagenario leader di Forza Italia è tornato in pista dichiarando di aver battuto il virus nonostante il suo caso fosse caratterizzato da una carica virale straordinariamente alta.
Ma la vera notizia bomba è arrivata il 2 Ottobre quando il presidente Trump, in piana campagna elettorale per le presidenziali, è stato trovato positivo al Covid.
Trump è sempre stato molto tiepido circa la minaccia rappresentata dal Covid che ha spesso definito, una banale influenza. E molti tra gli elettori Dem e i globalisti nostrani hanno in segreto sperato che “the Donald” ci lasciasse le penne, sia per rimanere come il simbolo di chi sottovaluta il pericolo e poi ne paga le conseguenze, sia per scongiurare l’ipotesi di un suo nuovo mandato.
Ma Trump ha rapidamente negativizzato la carica virale ed è tornato in piena forma a fare campagna elettorale, sostenendo per giunta che non si debba aver paura del virus e definendo quella che viene descritta come una sorta di peste del nuovo millennio “un’esperienza interessante” da cui l’attempato milionario è uscito presto e bene, come per altro tutti gli altri colleghi politici.

SETTE+ IN COMPRESSE

tutti i dettagli del nuovo dpcm di conte

Il nuovo DPCM per contrastare la diffusione del Covid19 è stato firmato il 13 Ottobre da Giuseppe Conte e dal ministro della salute Speranza. Il Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, questo il significato dell’acronimo, è uno strumento molto contestato da diversi giuristi per la sua dubbia legittimità costituzionale, ma è largamente usato dall’attuale governo, e motivato con il protrarsi dello stato di emergenza.
Nel decreto sono previste una serie di norme per la tutela della salute pubblica che limiteranno i contatti tra i cittadini e le attività pubbliche.
L’articolo 1 del dpcm stabilisce che è fatto obbligo sull’intero territorio nazionale di avere sempre con sé la mascherina, nonché obbligo di indossarla nei luoghi al chiuso diversi dalle abitazioni private e in tutti i luoghi all’aperto a eccezione dei casi in cui sia garantita la condizione di isolamento.
Torna dunque l’obbligo delle mascherine, che in Italia sono prodotte dalla società della famiglia Agnelli Elkan, ma nel decreto è prevista anche una stretta sulle attività di ristorazione che riguarda bar, ristoranti, pub, gelaterie e pasticcerie. «Le attività dei servizi di ristorazione sono consentite fino alle 24 con servizio al tavolo e sino alle 21 in assenza di servizio al tavolo.


Non si comprende come mai la medesima attività commerciale possa stare aperta negli orari in cui c’è maggiore concentrazione di persone e debba chiudere la notte, quando i clienti sono normalmente di meno.
Resta per gli spettacoli il limite di 200 partecipanti al chiuso e di 1000 all’aperto, con il vincolo di un metro tra un posto e l’altro e di assegnazione dei posti a sedere. Sono sospesi tutti gli eventi che implichino assembramenti se non è possibile mantenere le distanze.
Sono vietate tutte le gare, le competizioni e tutte le attività connesse agli sport di contatto aventi carattere amatoriale. Gli sport di contatto sono consentiti solo da parte delle società professionistiche.
Restano chiuse le sale da ballo e discoteche, all’aperto o al chiuso, mentre sono permesse fiere e congressi. Sono vietate le feste in tutti i luoghi al chiuso e all’aperto. Restano consentite, con le regole fissate dai protocolli già in vigore, le cerimonie civili o religiose come i matrimoni. Le feste conseguenti alle cerimonie possono invece svolgersi con la partecipazione massima di 30 persone nel rispetto dei protocolli e delle linee guida vigenti. Nelle abitazioni private è comunque fortemente raccomandato di evitare feste e di ricevere persone non conviventi in numero non superiore a 6».

SETTE+ IN COMPRESSE

TRUMP-PUTIN, NUCLEARE: L’ACCORDO STORICO CHE NESSUNO NOMINA

Dopo anni di tensioni che assomigliavano in tutto e per tutto a quelli della guerra fredda, e che nel 2014 avevano raggiunto il culmine, con la guerra civile in Ucraina e l’annessione della Crimea, gli Stati Uniti e la Federazione Russa sono tornati al dialogo. Le due superpotenze hanno recentemente  raggiunto un “accordo di principio” per estendere la durata di New Start, il trattato per il disarmo nucleare siglato nel 2010 che sarebbe terminato nel febbraio del 2021. New Start  era l’ultimo di una serie di trattati bilaterali volti a  limitare la corsa agli armamenti nucleari e a creare un clima di distensione tra Washington e Mosca, ma l’aggravarsi dei contrasti tra Usa e Russia degli ultimi anni della presidenza Obama aveva reso il rinnovo degli accordi tutt’altro che certo.

Russi e americani si impegnano, in base all’accordo,  a mantenere continua il limite di testate nucleari a 1.550, e a 700 il numero dei vettori quali missili balistici bombardieri strategici e sottomarini lanciamissili che compongono le rispettive triadi nucleari. Il Washington Post riporta la notizia che l’estensione dell’accordo prevedrebbe inoltre un “sistema di monitoraggio” più ampio, consentendo ai due contraenti un numero più alto di ispezioni nei siti della controparte per garantire la massima trasparenza nel rispetto del trattato. In una fase delicatissima dei rapporti internazionali dunque Trump e Putin portano le relazioni tra i propri Paesi su un piano di maggiore collaborazione e allontanano il rischio di uno scontro diretto tra le due maggiori superpotenze militari del pianeta.

SETTE+ e sette+ in compresse

playlist

Se vuoi evitare di essere ingannato dagli stregoni della notizia,
segui MePiù, presente su tutte le piattaforme.

Se sei arrivato fino a qui e ritieni utile il nostro lavoro sostieni il sito con una donazione: https://mepiu.it/sostieni

SOSTIENI L’INFORMAZIONE INDIPENDENTE DI MePiù
IBAN E POSTEPAY SU: https://mepiu.it/sostieni

Articoli recenti

Referendum e regionali: Italia al voto. Eugenio Miccoli intervista Arnaldo Vitangeli.

Per MePiù, Eugenio Miccoli ha chiesto un’opinione sul referendum, e sullo scenario a contorno, a una delle menti più brillanti tra gli intellettuali non allineati al pensiero unico: Arnaldo Vitangeli, Editore della rivista “La Finanza”, scrittore, giornalista e videoblogger sul suo canale #Lafinanzasulweb.

Oggi, in tutta Italia, si vota per il referendum costituzionale indetto per approvare o respingere la legge di revisione costituzionale dal titolo “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari. Si tratta del quarto referendum costituzionale nella storia della Repubblica Italiana.
La riforma ha ottenuto una vastissima maggioranza ma la composizione dei fronti opposti è decisamente variegata. Nonostante questo, il dibattito sul “taglio dei parlamentari” si è acceso solo negli ultimi giorni, spesso senza entrare nel merito della questione e pare appassionare pochi. Ma la partita pare essere molto più grande di una semplice correzione a un paio di articoli della Costituzione.
Eugenio Miccoli ha chiesto un’opinione sul referendum, e sullo scenario a contorno, a una delle menti più brillanti tra gli intellettuali non allineati al pensiero unico: Arnaldo Vitangeli, Editore della rivista “La Finanza”, scrittore, giornalista e videoblogger sul suo canale #Lafinanzasulweb. Qui la trascrizione completa, a cura di Flavia Minorenti, dell’intervista disponibile anche a questo link: https://youtu.be/y3xqvki49D0

Sostieni l’informazione indipendente di MePiù:
https://mepiu.it/sostieni

  • Arnaldo Vitangeli ben trovato su MePiù.

Grazie è un piacere stare qui con voi.

  • Oggi e domani si vota per il Referendum Costituzionale per decidere il numero dei parlamentari del futuro parlamento. In questo momento il parlamento è composto da circa 1.000 membri, se dovesse passare questa riforma si scende a circa 600 membri. Cosa ne pensi dell’oggetto del Referendum?

Sembra avere una grossa presa sul pubblico, sulla base di informazioni false, sulla base di una deformazione della realtà. In realtà noi abbiamo un numero di parlamentari che è del tutto in linea con quello degli altri paesi, anzi.
Io penso che se tu fermi qualcuno per la strada e gli chiedi qual è il paese con più parlamentari in Europa, ti dirà: l’Italia. Non è l’Italia. Non siamo il primo, non siamo il secondo, non siamo il terzo, siamo il 22° su 27.
In Italia ci sono 1,6 parlamentari ogni centomila abitanti, più in basso di noi c’è la Francia che ne ha 1,4 quindi siamo lì, ma la Francia è una Repubblica Presidenziale quindi gran parte del potere è in capo al Presidente della Repubblica che è eletto a suffragio universale. La Germania ha 0,8 parlamentari ogni centomila abitanti. Ma la Germania è una Federazione, è una Repubblica Federale, una parte del governo della cosa pubblica è in capo ai Land.
Più di noi ce l’hanno, per esempio, la Gran Bretagna: 2,4, e sostanzialmente tutti i paesi: la Finlandia 3,2(il doppio). Su, su, a salire, fino a Malta che ha dieci volte il nostro numero di parlamentari, ogni centomila abitanti. Quindi la questione che i parlamentari in Italia sono troppi è falsa.
La questione del risparmio. Si dice: “noi tagliamo i parlamentari perché in questo modo diminuiamo il costo della politica”. La verità è che il taglio dei parlamentari non porterà un risparmio, si è detto che avrebbe fatto risparmiare mezzo miliardo di euro, ma non è vero. Sono circa 250 milioni di euro a legislatura, ovvero ogni cinque anni, quindi poco più di 50 milioni di euro all’anno, pari allo 0,007 del bilancio dello Stato. Quindi il taglio non porta sostanzialmente nessun beneficio economico. I benefici economici sono veramente marginali.
Lo svantaggio però è che, innanzitutto scendiamo ulteriormente, cioè diventiamo ancora meno rappresentati in una situazione in cui già tra i paesi europei siamo tra i meno rappresentati a livello del parlamento. Ma soprattutto cambia a livello delle varie regioni la possibilità di eleggere deputati e senatori in regioni poco popolose, per esempio: nel Molise, Basilicata e Umbria, il numero di parlamentari eletto sarà bassissimo. In Umbria saranno nove. Tutti i cittadini umbri saranno rappresentati da nove persone.

  • Deputati e senatori o solo senatori?

Deputati e senatori insieme: nove. Ora, come possono nove persone racchiudere per un’intera regione tutte le posizioni politiche, tutti gli interessi delle varie parti sociali, tutte le visioni del mondo? Perché quelli sono i rappresentanti del popolo in Parlamento. Quindi a fronte di meno di un caffè all’anno, a cittadino, che risparmiamo: 80 centesimi, ci troviamo in una situazione in cui c’è ancora meno democrazia, ma la cosa gravissima è che questo viene veicolato all’opinione pubblica come un vantaggio: hai tagliato le poltrone!

  • Sì, viene proposta, in questo momento, questa soluzione come chiave per snellire i lavori parlamentari…

Snellire i lavori parlamentari?!? Noi abbiamo il problema opposto. Nel senso che questa è un’altra idiozia…

  • Per inciso: i nostri padri costituenti, almeno per quello che ne so, hanno pensato ad un sistema “lento” di proposito per far sì che ogni atto normativo potesse essere sottoposto a tutta una serie di esami e di verifiche.

Giustamente soppesato anche in base agli interessi dei vari corpi sociali.
Ma lento in che senso? Noi abbiamo il problema opposto. Abbiamo un’enorme quantità, una selva di leggi, molto spesso in contrasto l’una con l’altra. Per cui il problema non è fare più leggi in maniera più rapida, il problema è fare leggi migliori ed evitare di tornare cento volte sulla stessa questione peggiorando, continuamente, la situazione.
Questa questione dell’”essere veloci”, lo ricorderai benissimo, era il mantra di Renzi sul Referendum, in quel caso fallito, per la riforma renziana della Costituzione. “Dobbiamo correre”, ma correre dove?
Facciamo un esempio: al di là di quello che ognuno può pensare sul conflitto interno che oppone Israele e la Palestina, se c’è un paese che si trova in una situazione in cui l’azione è indispensabile in tempi brevi è Israele.
Israele ha un sistema molto simile a quello dell’Italia dei padri costituenti. Un proporzionale puro in cui ci sono governi che per governare devono mettere insieme le varie forze, le varie componenti della società israeliana, in cui ci sono: gli Haredim che pregano cinquanta volte, hanno le treccine e non possono neanche suonare al campanello di sabato, c’è la ultramoderna Tel Aviv che è paragonabile a una metropoli nord europea e Israele non solo sopravvive, ma prospera con un sistema che a noi dicono non può funzionare perché devi essere rapido.
Le scelte devono essere tolte al dibattito politico, quindi al dibattito democratico e devono essere sempre più portate sul piano tecnico verso cui il parlamento, mortificato, tagliato, ridotto, nominato, deve soltanto essere quello che convalida le decisioni e le scelte portate avanti dai tecnici. Questa è la negazione della Democrazia.

  • Ecco, hai toccato un punto essenziale: questo Parlamento rimarrebbe un Parlamento di nominati, con una soglia di sbarramento, probabilmente anche più alta di quella che abbiamo adesso e senza una legge elettorale chiara, perché in questo momento quella che c’è non è applicabile perché bisognerebbe rifare tutti i collegi e altri correttivi, ma comunque con un parlamento composto da nominati.

C’è una coerenza in tutto questo programma. Oltretutto non è nuovo. Questa proposta di Referendum non nasce con i 5 Stelle, nasce nel 1985 in un documento, che non è di un partito ma è della P2, è di Licio Gelli e tra i vari punti: l’abolizione dell’articolo 18, la riduzione del ruolo dei sindacati, eccetera, si proponeva di ridurre il numero dei parlamentari e dei partiti, portando a un sistema bipolare o bipartitico, centrodestra, centrosinistra progressisti e conservatori, democratici e repubblicani. Due soggetti identici con pochi parlamentari che devono semplicemente schiacciare il bottone per dire sì alle decisioni che vengono prese altrove.
Il fatto che, in un documento di una loggia massonica deviata come era la P2, ci sia a riforma costituzionale che ci vengono a proporre, ci dovrebbe far capire in che direzione stiamo andando. La questione delle nomine dei parlamentari è la stessa cosa.
Parliamoci in maniera chiara: noi siamo persone che sono impegnate in politica, non nel senso di politica attiva, ma nel cambiamento della società. Noi non abbiamo nessuna possibilità di farlo dentro un partito, magari non noi che contiamo poco, ma Diego Fusaro ad esempio, si potrebbe presentare nella Lega, nel PD o nel Movimento 5 Stelle e prendere 350 mila preferenze, vincendo di gran lunga su eventuali altri candidati.

  • Creando una serie di fastidi ai vertici di quei movimenti.

Non solo. Portando in parlamento, forte di 300 mila voti, delle istanze e un rappresentante del popolo. Viceversa con il parlamento di nominati, un qualunque Diego Fusaro, ma vale per chiunque, può andare da Salvini, da Di Maio, da Zingaretti o dalla Bonino, da chi ti pare e dire: “mettimi lista”. Se il leader del partito accetta di metterti in lista, ok. Ma da quel momento tu rispondi a lui, non al popolo, perché tu vai lì perché è lui a volerlo. Non il popolo. E nel momento in cui Di Maio, Zingaretti, Salvini o Meloni dicono: “sì vieni” a quel punto se resti, sarà sempre ed esclusivamente per volontà del leader di turno ma se tu non piaci al popolo non fa niente, perché tanto ti mettono in un collegio bloccato e ti eleggono.
Come tutti quei personaggi che non hanno nessuna presa sulla gente, ma che sono in Parlamento da vent’anni perché vengono nominati, fanno il lavoro che il capo gli chiede e vengono rinominati al giro successivo.
Ma questo è assolutamente opposto al concetto sostanziale della Democrazia in cui il popolo decide il proprio destino e non fa solo un rito vuoto di andare a mettere una crocetta.

Sostieni l’informazione indipendente di MePiù:
https://mepiu.it/sostieni

  • Cosa ne pensi di questo consenso che si sta radunando intorno al No come “strumento di lotta all’attuale governo”. Partiamo dal presupposto che il 97% del Parlamento ha votato favorevolmente questa riforma costituzionale. Quindi in teoria tutte le forze politiche sono unite intorno al Sì. Invece nella pratica, ci sono molte fazioni della “sinistra”, se possiamo chiamarla “sinistra”. Con uno sforzo di fantasia enorme. Bisogna schematizzare in qualche modo. Da Milano (giornalista), ad esempio, si è dichiarato per il No. Alcuni personaggi del centrodestra, ad esempio Giorgia Meloni, ha fotografato la situazione del centrodestra, come una situazione nella quale si voterebbe tutti per il Sì, se non fosse che la vittoria del No potrebbe creare grossi problemi al governo attuale cambiando gli equilibri.
    Quindi le domande sono due: cosa ne pensi di questa possibilità, se potrebbe incidere sul risultato del referendum? E se, secondo te un eventuale vittoria del No potrebbe effettivamente incidere sulla vita del governo in carica.

Partiamo da quest’ultima domanda: nel caso di un No il governo salterebbe come il tappo di una bottiglia 15 minuti dopo.

  • Ne sei sicuro?

Oddio… il Movimento 5 stelle veramente ci ha abituato all’inverosimile, tale è l’attaccamento alla poltrona che magari sarebbero addirittura… però neppure Renzi ha avuto il coraggio di rimanere al governo dopo il fallimento della riforma costituzionale. Nel caso dei 5 Stelle sarebbe madornale.

  • Però è anche vero che Renzi aveva puntato tutto, compreso la sopravvivenza del suo governo su quel referendum invece a livello comunicativo le forze di governo si sono comportate in maniera molto diversa.

Ma i cinque stelle, nella fattispecie, mettono come unico elemento di continuità con il voto anti-casta, anti-sistema. Anche se non è vero per le ragioni che abbiamo spiegato. L’unico elemento che lui (il Movimento) pone per poter dire io sono ancora il Movimento 5 stelle è: ” vedi sto tagliando le poltrone”. In realtà stanno tagliando la Democrazia. Se gli dicono “no” anche a quello, diventa veramente difficile sostenere il governo, ma anche da parte del PD!
Detto questo non ci dimentichiamo che ci sono le regionali, per cui lì la questione è anche il combinato tra il risultato referendario e il risultato delle regionali.

  • Abbiamo un “combinato disposto” anche questa volta?

Sì abbiamo un “combinato disposto” anche questa volta. Ah ah. Io però ritengo che non si devono mescolare le due cose dal punto di vista dell’elettore, cioè: quando tu sei chiamato a rispondere su una riforma costituzionale non puoi decidere sulla base del governo, perché le regole della partita non si fissano sulla base di chi è in vantaggio in quel momento. Anche perché il momento dopo può cambiare la situazione. Le regole sono una cosa fondamentale. Secondo me è sbagliato anche dire: “io vado a votare No perché così, se vince il No, cade il governo”. Sì è vero, chi vota No, come io voterò No, penso si sia è capito, lo deve fare per tutelare la Democrazia. Non sulla base di questo momentaneo governo che durerà chissà ancora per quanto. Comunque la legislatura sta per finire in ogni caso.
Per quello che riguarda le elezioni, potrebbe esserci comunque una situazione in cui il governo sarà colpito in maniera molto dura dalle urne, cioè nelle regionali il centrosinistra ha perso tutto da Renzi in poi. Se perdesse anche, dico per dire, la Toscana, le Marche… è difficile, soprattutto perché l’alleanza è anomala. Ma non è tanto il destino del governo quello che c’è in ballo ma è qualcosa di molto, molto più importante. C’è il futuro della Democrazia italiana. Questo governo, tra qualche anno, non ci ricorderemo neanche che c’è stato, sarà una delle parentesi “horror” della politica italiana recente, ma una riforma di questo tipo secondo me, pone un problema molto serio per quelle che saranno le successive elezioni e per quello che sarà proprio la possibilità dei cittadini italiani di avere una rappresentanza democratica.

  • Chiuderei su una cosa: ieri sera mi sono imbattuto, sfortunatamente, in una trasmissione di la7 condotta da una certa Lilli Gruber, mi pare che si chiami così, – Vitangeli: non conosco – c’era ospite un editore, si chiama De Benedetti, anche lui dichiaratamente per il no. Secondo te come mai?

Lo sai che me la sono posta anche io la questione. Prima facevi riferimento anche a Da Milano.

  • Ti voglio dire una cosa prima che mi rispondi. Su Da Milano, io ieri sera ho notato, l’ho osservato da Floris in un confronto con Travaglio che invece è per il Sì. Ho notato che c’è un vero e proprio gioco delle parti, probabilmente anche suffragato da delle convinzioni però ieri sera era evidente il gioco delle parti, cioè Da Milano faceva la parte del No, anche in maniera non esageratamente efficace, e Travaglio faceva la stessa cosa però sulla parte opposta. Entrambi in maniera estremamente poco efficace. Questa è una cosa che mi ha fatto un po storcere il naso. Ti devo dire la verità.

Il fatto è che noi non siamo in Democrazia. Noi siamo in una rappresentazione della democrazia.

  • Io lo chiamo “il reality della politica”.

Noi siamo in un reality in cui si fa finta, come in quei reality dove fanno finta di stare, non so, in una fattoria, noi facciamo finta di avere la Democrazia, ma non ce l’abbiamo.
Non ce l’abbiamo perché le decisioni non le prendiamo noi. Perché le persone che vanno in parlamento non le decidiamo noi. Quindi di fatto non incidiamo nelle scelte fondamentali. Quindi probabilmente il fatto di schierarsi per il No o per il Sì è anche funzionale.
La stessa cosa è successa con il referendum di Renzi, dove c’era Bersani che era per il No e la renziana per il Sì. Secondo me anche lo scopo, proprio, di creare questa situazione, un po’ la stessa cosa che avviene con Salvini e con Zingaretti, cioè si crea, si polarizza l’opinione pubblica sulla base molto spesso di contrapposizioni che non esistono. In questo modo il reality del della Democrazia sembra più reale. Esattamente per lo stesso motivo per cui in questi reality la gente strilla, si accapiglia, si lancia le cose contro, si prende a parolacce, eccetera. Nonostante la vita non sia così nella realtà, però devono enfatizzarla per creare attenzione. La stessa cosa avviene in politica, siccome non succede nulla, siccome non cambia nulla, siccome le elezioni non contano nulla, si deve creare un’enorme bolla di tensione emotiva, di modo che c’è chi dice: “sì ho vinto”, chi dice: “no ho perso, mi impegno per vincere la prossima volta” e tutti siamo in questa giostra.

  • Grazie Arnaldo!

Grazie a te.

  • E che il Daje sia con te.

Ah ah, sempre.

Se sei arrivato fino a qui e ritieni utile il nostro lavoro sostieni il sito con una donazione: https://mepiu.it/sostieni

Africa e Europa: Le Condizioni Economiche Della Pace

Le conseguenze sociali di tutto ciò sono devastanti. Nell’Africa subsahariana, la cui popolazione supera il miliardo ed è composta per il 60% da bambini e giovani di età compresa tra 0 e 24 anni. Circa i due terzi degli abitanti vivono in povertà e, tra questi, circa il 40% – cioè 400 milioni – in condizioni di povertà estrema7. La «crisi dei migranti» è in realtà la crisi della diseguaglianza, figlia del sistema di brigantaggio internazionale più raffinato mai congeniato.

Di Simone Lombarini per mepiu.it

Mohamed Konarè, nella sua ultima intervista su MePiù che ho avuto il privilegio di ascoltare in anteprima, ha descritto le sorti della sua gente con una immagine particolarmente vivida. “L’Africa e i popoli che la abitano, vivono oggi nel più grande Lager a cielo aperto che la storia abbia mai conosciuto”. Tutte le principali potenze economiche della Terra, Francia, Inghilterra, USA, Cina, India guardano all’Africa come un semplice deposito di materie prime da depredare. Nessuna di queste potenze è interessata alle sorti del miliardo di persone che vive in quelle terre.

Mawuna Remarque Koutonin, uno dei più noti blogger africani, denuncia che “Quattordici paesi africani sono obbligati dalla Francia, attraverso il patto coloniale, a collocare le loro riserve presso la Banca di Francia, sotto il controllo del Ministero delle Finanze francese, Il Togo e altri 13 paesi africani devono ancora pagare il debito coloniale alla Francia. I dirigenti africani che rifiutano sono uccisi o cadono vittime di un colpo di stato. Quelli che obbediscono sono sostenuti e ricompensati dalla Francia, con uno stile di vita sontuoso, mentre le loro popolazioni restano nella miseria e nella disperazione1. Il debito coloniale sarebbe il debito che la Francia ha addossato alle sue ex-colonie per farsi “restituire” i “vantaggi” della colonizzazione. In quasi 14 paesi non esiste ancora neppure una valuta locale, ma si usa in tutti il Franco CFA (in origine acronimo di «Colonie Francesi d’Africa», riciclato in «Comunità Finanziaria Africana»). Per mantenere la parità con l’euro, spiega Konarè, i 14 paesi africani devono versare al Tesoro francese il 65% delle loro riserve valutarie. Ogni anno questo indegno business porta alle finanze francesi circa 500 miliardi di dollari, tutti provenienti dall’Africa. Una cifra esorbitante, al punto che nel marzo 2008 l’ex presidente francese Jacques Chirac dichiarò: “Senza l’Africa la Francia scenderebbe un paese del terzo mondo2.

Ogni accordo commerciale stretto con altri paesi e ogni legge di bilancio di questi 14 paesi deve essere dapprima approvata dall’Eliseo, secondo gli accordi di cooperazione siglati nel 1961. Infine, gli accordi militari tra la Francia e le ex-colonie sono tuttora segreti.

Ma non c’è certo solo la Francia. Più di cento compagnie inglesi, francesi, americane ed europee quotate alla City di Londra sfruttano le risorse minerarie di 37 paesi dell’Africa subsahariana per un valore di oltre 1000 miliardi di dollari3. L’Africa, presentata come dipendente dagli aiuti esteri, fornisce in realtà un pagamento netto annuo di circa 40 miliardi di dollari4. Inoltre, tutto quello che l’Occidente concede all’africa con le note “donazioni” e attività filantropiche dei ricchi è appena un quarto degli interessi che ogni anno l’Africa deve pagare al Fondo Monetario Internazionale, cioè alle banche degli stessi paesi ricchi5.

Infine, il 70% degli aiuti della cosiddetta “cooperazione internazionale”, secondo studi compiuti anche dalla Banca Mondiale, non arrivano nemmeno a destinazione. Restano in Occidente, infatti, nei conti bancari dei funzionari che prendono stipendi vertiginosi. Il restante 30% si perde al 90% nella corruzione africana6. La cooperazione internazionale si rivela pertanto per quello che è: una grande scenografia hollywoodiana, dove i paesi ricchi finanziano sé stessi con un giro di partite contabili, ma funzionale nell’immaginario collettivo a cancellare i sensi di colpa delle nostre coscienze, in modo che possa continuare indisturbata la sua razzia planetaria.

Le conseguenze sociali di tutto ciò sono devastanti. Nell’Africa subsahariana, la cui popolazione supera il miliardo ed è composta per il 60% da bambini e giovani di età compresa tra 0 e 24 anni. Circa i due terzi degli abitanti vivono in povertà e, tra questi, circa il 40% – cioè 400 milioni – in condizioni di povertà estrema7. La «crisi dei migranti» è in realtà la crisi della diseguaglianza, figlia del sistema di brigantaggio internazionale più raffinato mai congeniato.

Chi prova ad opporsi a questo sistema, viene immediatamente spazzato via. Un esempio su tutti, tra i più recenti, è senz’altro l’attacco alla Libia di Gheddafi lanciato da USA, Francia e Gran Bretagna. Perché il colonnello dava fastidio? Perché Gheddafi aveva appaltato l’organizzazione del satellite telefonico intercontinentale africano a russi e cinesi; aveva revocato a Francia e Inghilterra l’appalto per la dissalazione delle acque subsahariane; ma soprattutto aveva cominciato a organizzare una banca internazionale africana agganciata all’oro, per svincolare i paesi africani dalla morsa del debito inflitto dal FMI. Secondo Konarè, Gheddafi aveva già messo a disposizione il doppio dei fondi che in quel momento il FMI concedeva. Conclusione: una guerra sanguinosa, centinaia di migliaia di sfollati, campi di prigionia a cielo aperto di fronte al Mediterraneo. E accade sempre così: nel momento in cui un (ex-)paese coloniale prova a costruire un proprio sviluppo autonomo, viene immediatamente rimpiazzato da “rivoluzioni” ad orologeria. E si potrebbero fare molti altri esempi, come il Burkina Faso di Thomas Sankara e il suo internazionalismo socialista pan-africano finito nel sangue della repressione francese. Nei 14 paesi africani ex-colonie della Francia, dagli accordi di cooperazione del 1961 ad oggi, ci sono stati 41 colpi di stato e decine di presidenti morti ammazzati per aver sfidato questo regime di sfruttamento violento8. 41 colpi di stato in 14 paesi significano, in media, oltre 3 colpi di stato a testa, in appena 50 anni. E poi c’è ancora chi sostiene che gli africani sarebbero indolenti, che non avrebbero mai provato a cambiare la loro sorte.

Ma di tutto questo televisioni e giornali non parlano, vige la censura del silenzio. Non vedendo quello che succede laggiù semplicemente non possiamo prendere posizione; il grande potere mediatico oggi è anche questo: decidere l’ordine del giorno, su quale area puntare i riflettori e su quali invece lasciar cadere l’oscurità. Ma c’è di più: il mainstream mediatico si ostina a presentare il problema africano e quello conseguente della migrazione in termini del tutto fasulli, proponendo due alternative entrambe sbagliate (accoglienza – respingimenti), così da spostare l’attenzione del grande pubblico su un binario morto. Esattamente come accade nel caso di Fridays for Future che di fronte alla tragedia ambientale propone un’inesistente opposizione tra giovani a vecchi.

Il vero problema della migrazione è il depredamento delle sue ricchezze ad opera del resto del mondo e se non partiamo da qui, sarà impossibile determinare soluzioni efficaci e capire a fondo il fenomeno. Purtroppo questa campana non la sentiremo mai risuonare, né dai populisti di destra né dai globalisti di sinistra. Ai populisti di destra interessa solo continuare a mantenere il loro stile di vita senza vedersi costretti a spartirlo con altre persone, anche se questo stile di vita è figlio della spogliazione coatta di altri popoli. I globalisti di sinistra invece invocano l’abbattimento dei muri e delle limitazioni all’immigrazione nell’idea di creare al più presto un mercato unico mondiale del lavoro, laddove ciascuno, romanticamente, potrà costruirsi il proprio “sogno americano” (la peggiore delle menzogne sociali). Tuttavia, sia i populisti di destra che i globalisti di sinistra non fanno mai appello all’organizzazione politica delle masse per bloccare le guerre, riappropriarsi del territorio e ristabilire il diritto di vivere in pace nel proprio paese natio. E la ragione è che entrambi non hanno alcuna intenzione di mette in discussione l’attuale modello di sviluppo, il capitalismo. Non diranno mai, invero, che la risoluzione del problema migratorio è il ridimensionamento dello stile di vita delle classi agiate dei paesi ricchi. Sfortunatamente la soluzione è impopolare e non paga in termini di voti, ma nonostante ciò resta l’unica strada.

Ma allora se l’Occidente e ormai anche parte dell’Oriente si stanno arricchendo sulle spalle degli africani, a Cui prodest l’immigrazione spinta? La gran parte dei governi africani, infatti, è un fantoccio che riflette i poteri suddetti; se i migranti continuano a partire allora ci dovremmo aspettare che il fenomeno sia voluto. Già diversi studiosi hanno evidenziato il ruolo rivestito in questo scenario dal microcredito, della nuova finanziarizzazione della povertà e dalle ONG9.

Un primo effetto nel deportare grandi masse di persone disperate, che non possiedono nulla e che nemmeno hanno ricevuto una formazione scolastica, è abbassare ulteriormente il costo del lavoro su tutta la media dei settori lavorativi, sia per immigrati che per autoctoni. Ciò è confermato da un documento internazionale del FMI, intitolato “Global Prospects and Policy Challenges”, successivo al G20 del 2016. In questo documento il FMI dichiara esplicitamente che l’unico modo perché l’Europa torni a crescere è “integrare i migranti nel mondo del lavoro”. Le politiche che il Fondo suggerisce sono a dir poco inaudite però: chiede di “ridurre al minimo le restrizioni per lavorare anche durante la fase delle domande d’asilo”, sino a prevedere addirittura “eccezioni temporanee ai salari minimi o di ingresso, laddove questi ostacolino l’occupazione10. Ossia si prospetta di far lavorare i migranti anche a stipendi che violino le norme del salario minimo come già avviene in Germania dove i migranti possono lavorare legalmente nei centri che li ospitano a 1.05€ l’ora mentre la paga minima sarebbe 8.84€11. In questo modo i migranti lavorano in condizioni di schiavitù e al contempo si abbassano i salari di tutti. Così sempre più giovani, autoctoni e migranti, sono intrappolati tra le morse del caporalato, del sistema dei voucher, nella “gig economy”, nelle “collaborazioni a progetto”, ecc. Non va mai dimenticato però, che l’abbassamento dei salari dovuto alle migrazioni di massa, non è mai colpa dei migranti. Se i migranti sono pagati molto meno rispetto agli autoctoni, la colpa è solo del datore di lavoro che approfitta della condizione di disperazione del migrante per abbassare le paghe. Il problema, più in generale, è che il lavoro nel capitalismo, è un mercato: se l’offerta di lavoro aumenta, a parità di posti disponibili, il prezzo (ovvero il salario) si ridurrà.

Il lento ma continuo afflusso di migranti dai più disparati luoghi del mondo (tutti affamati) permette inoltre di sostituire la manodopera autoctona, ancora legata per tradizione storica a un certo sindacalismo, all’organizzazione politica e a una vita dignitosa, con un’altra, culturalmente molto confusa sul piano dello sviluppo di una teoria politica della distribuzione, dei diritti e dello Stato. La tendenza generale delle classi dirigenti, è sostituire un popolo culturalmente ancora impregnato nel “diritto” con un altro popolo, marchiato da secoli di sfruttamento, immaturo nelle praterie dei diritti civili e sociali, perciò più facile da sottomettere. Di nuovo non per colpa loro, ma per colpa dei colonialisti. La sostituzione della popolazione autoctona, quindi, non ha solo fini economici, ma mira direttamente verso un vero e proprio regresso culturale. Dobbiamo chiederci come si strutturerà il discorso pubblico quando la politica parlerà a persone che non hanno mai letto o sentito parlare di Rivoluzione Francese, Democrazia ateniese, Comunismo, capitalismo, imperialismo. I primi effetti li vediamo già oggi, osservando le menti narcotizzate della gioventù. Una volta che le élite saranno riuscite a sostituire buona parte della popolazione autoctona con quella migrante (nei prossimi 25-30 anni), e la morte per anzianità avrà fatto il suo lavoro nell’eliminare le vecchie generazioni politicizzate, l’Europa potrà realizzare i sogni dei suoi padri fondatori come Francoix Perroux, Jean Monnet e Paul Shumann, diventando una potenza competitiva a livello mondiale nelle esportazioni, con salari compressi ai minimi livelli, tutele sindacali pressoché assenti e una cultura politica di base praticamente inesistente.

Infine, vi è una terza ragione del perché oggi la classe dominante sostenga i processi di deportazione. Peter Sutherland, commissario europeo per la Concorrenza e primo direttore generale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, direttore non esecutivo di Goldman Sachs International, membro del comitato direttivo del Bilderberg, presidente per la Commissione Cattolica Internazionale per le Migrazioni e Rappresentante Speciale delle Nazioni Unite per le migrazioni internazionali alla BBC il 21 giugno 2012 ha spiegato la strategia della classe dirigente occidentale: “l’Unione Europea deve minare l’omogeneità nazionale dei paesi europei… gli stati europei devono diventare sempre più aperti in termini di chi li abita, bisogna passare da un mondo in cui gli stati sceglievano gli immigrati ad un mondo in cui gli immigrati scelgono gli stati…la prosperità dei paesi europei dipende dal diventare multiculturali…12.

L’esigenza di multiculturalità è intrinsecamente legata all’ultima fase della globalizzazione. Le classi lavoratrici, infatti, si sono sempre caratterizzate storicamente e culturalmente per la loro immobilità intesa come radicamento al suolo nazionale. Il lavoratore non delocalizza, infatti, ma aspira al “posto fisso”, a una vita tranquilla, a una famiglia. Tuttavia, dopo la liberalizzazione del movimento dei capitali, la borghesia post-moderna è diventata una classe sempre più cosmopolita. E ciò non poteva non coinvolgere anche i lavoratori che sono soggettivamente e oggettivamente ingranaggio della stessa macchina di sfruttamento coatto. In tale realtà, la “sedentarietà” della classe lavoratrice mondiale è diventata un freno oggettivo per la riproduzione capitalistica; un ostacolo che deve quindi essere eliminato. Ne segue, culturalmente, la decostruzione nell’immaginario collettivo dell’idea di patria, di famiglia, di popolo di religione e di cultura nazionale. In questo contesto appare allora evidente quanto sia necessaria per l’élite una cultura “multiculturale”, per rendere il lavoratore un individuo apolide, apartitico e apolitico, senza una comunità di riferimento e pronto a trasferirsi ovunque nel mondo secondo le indicazioni che riceverà dalla propria azienda. Quello che viene spacciato per multiculturalismo è in realtà una forma di mono-culturalismo, figlio del genocidio di massa di tutte le culture alternative, soffocate dalla triade monolitica anti-culturale McDonald’s, Coca-cola e iPhone. Lo scopo delle migrazioni è quindi abituare i popoli allo stato di migrazione permanente. E per dimostrarlo basta ricordare, su tutte, l’efficace dichiarazione della Boldrini: “I migranti sono l’elemento umano, l’avanguardia di questa globalizzazione, e ci offrono uno stile di vita che presto sarà uno stile di vita molto diffuso per tutti noi13.

L’effetto finale delle campagne immigrazioniste è minare l’identità culturale dei popoli tutti, perché, come da sempre è accaduto nella storia, divide et impera. Attraverso la frantumazione della omogeneità culturale delle popolazioni, senza il tempo, le condizioni e gli strumenti necessari per elaborare un sano dialogo interculturale, i potenti della Terra lasceranno deliberatamente entrare in conflitto tutte le culture che loro stessi hanno gettato le une contro le altre all’interno dei medesimi confini. Sarà la società della ghettizzazione generale dove regnerà la faida permanente tra il quartiere sudamericano, il quartiere islamico, il quartiere italiano e il quartiere delle villette a schiera protetto dalla polizia privata. E invischiati tutti tra i problemi della convivenza quotidiana, sarà difficilissimo (anche se comunque non impossibile) ricostruire l’unità tra le forze del popolo per scagliarla contro le élite perché il popolo stesso non ci sarà più come un unicum ma sarà stato scisso in un confuso melting pot permanente.

La soluzione a questo dramma esistenziale è il rinnovamento completo delle nostre relazioni umane, non ultimo, dei nostri rapporti economici. È un processo complesso, ovviamente, ma alcuni aspetti della soluzione già si possono dedurre dagli errori di oggi. Le condizioni economiche per la pace sono almeno due: condividere le risorse naturali e condividere le conoscenze tecnico-scientifiche, tra tutti i popoli. Una volta che un popolo gode della stessa disponibilità pro-capite di risorse e delle stesse conoscenze, può produrre tutto ciò di cui ha bisogno internamente, senza bisogno di importare nulla, senza bisogno di invadere altri paesi con le proprie merci, senza bisogno di fare guerre commerciali. Gli scambi, quindi, non dovranno essere più regolati dal meccanismo del prezzo di mercato, perché esso attribuisce vantaggi maggiori alla controparte che possiede più potere contrattuale, e in questo modo i ricchi saranno sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, e la guerra non avrà mai fine. Lo scambio di risorse e materie prime, dovrebbe allora essere programmato da atti politici, presi di comune accordo, e finalizzati a garantire l’equa distribuzione delle risorse naturali tra tutti i popoli del pianeta. Questo nuovo genere di scambi non avrebbe nemmeno bisogno dell’intermediazione dei pagamenti monetari.

E infine, di fronte a un potere internazionale, dovremo rispondere con la ricostruzione di una nuova grande internazionale sovranista-socialista di popoli fratelli e nazioni sorelle, che difenda il reciproco diritto di vivere nella propria terra in pace e dignità. Un’organizzazione che supporti finanziariamente tutte quelle organizzazioni a carattere popolare che esistono in Africa e che si battono per raggiungere almeno i seguenti punti irrinunciabili:

1) L’ espropriazione dei grandi stabilimenti multinazionali e la nazionalizzazione delle principali risorse e riserve naturali affinché siano i popoli autoctoni a gestirle per il bene della propria comunità locale e nell’interesse più generale dell’Internazionale stessa

2) il ripudio dei debiti verso le potenze ex-coloniali e verso il Fondo Monetario Internazionale

3) il recupero pieno di una Banca Centrale Nazionale di proprietà pubblica

4) l’uscita da tutti gli accordi capestro con le ex potenze coloniali ma anche dagli accordi di libero scambio che eliminando le barriere commerciali, impediscono lo sviluppo industriale, lasciando decine di paesi intrappolati nell’economia dell’esportazione (a costi irrisori) di materie prime

5) l’impegno del paese ad entrare nella Internazionale affinché le sue risorse siano coordinate con quelle degli altri paesi dell’Internazionale attraverso programmi economici condivisi

Dal canto loro i paesi che sino a ieri hanno rubato e dominato con la violenza militare le terre d’Africa dovrebbero almeno:

1) ritirare immediatamente tutti i militari presenti sul territorio africano e smantellare le loro basi militari

2) vietare l’esportazione di armi e riconvertire le loro industrie militari alla produzione civile, mantenendo aperte solo quelle necessarie ad organizzare la difesa del proprio territorio

3) riformulare tutti gli accordi commerciali su un piano di piena equità, dove, ad esempio, l’Africa metta a disposizione una parte delle proprie risorse in cambio di un ingente flusso di macchinari e mezzi moderni forniti dai paesi europei e non solo per l’industrializzazione dell’agricoltura e della manifattura africana

4) cacciare dal proprio paese tutte le ONG che si rifiutano di mostrare i propri bilanci e quelle che, mostrandoli, evidenziano finanziamenti “politici” provenienti da ambienti economico-finanziari riconducibili all’agenda globalista; sottrarre alle “cooperative” il monopolio dell’”accoglienza e riportarlo sotto lo stato, per stroncare il business dei migranti

5) finanziare attivamente i movimenti popolari africani di liberazione.

Fonti:

1 http://regardsurlafrique.com/14-pays-africains-forces-par-la-france-de-payer-limpot-colonial-pour-les-avantages-de-lesclavage-et-de-la-colonisation/

2 https://www.youtube.com/watch?v=aoIcBuhOF2k

3 https://ilmanifesto.it/neocolonialismo-e-crisi-dei-migranti/

4 https://www.repubblica.it/solidarieta/cooperazione/2017/05/24/news/africa_chi_crea_la_poverta_fermiamo_l_evasione_paghiamo_i_danni_e_ripensiamo_gli_aiuti_-166295080/

5 https://www.youtube.com/watch?v=beUAgufmHB0

6 https://www.listadelpopolo.it/giulietto-chiesa-emigrazione/

7 https://ilmanifesto.it/neocolonialismo-e-crisi-dei-migranti/

8 https://www.orsomarsoblues.it/2018/06/a-proposito-di-migranti-sapevate-che-molti-paesi-africani-continuano-a-pagare-una-tassa-coloniale-alla-francia-dalla-loro-indipendenza-fino-ad-oggi/

https://www.globalist.it/guerra-e-verita/articolo/2017/08/31/14-paesi-africani-costretti-a-pagare-tassa-coloniale-francese-2010740.html

9 https://scenarieconomici.it/microcredito-e-migrazioni-di-massa-la-finanziarizzazione-della-disperazione/

Sonia Savioli, ONG. Il cavallo di troia del capitalismo globale, Zambon, Jesolo, 2018.

10 Global Prospects and Policy Challenges, G-20 Finance Ministers and Central Bank Governors’ Meetings March 19-20, 2018 Buenos Aires, Argentina

11 https://www.thelocal.de/20160516/germany-puts-refugees-to-work-for-one-euro

12 https://www.bbc.co.uk/news/uk-politics-18519395

https://en.wikipedia.org/wiki/Peter_Sutherland

13 https://le-citazioni.it/frasi/333899-laura-boldrini-dobbiamo-dare-lesempio-concreto-di-una-cultura-de/